A me il libro d'esordio di Dave Eggers, A Heartbreaking Work of Staggering Genius, non è piaciuto. Il protagonista mi stava troppo sulle palle, non sono proprio riuscito a farmelo piacere, e così mi ha rovinato la lettura. Nonostante questo ho deciso lo stesso di guardare Away We Go, scritto a quattro mani da Eggers e Vendela Vida, che sono una coppia sposata e hanno due figli, e diretto da Sam Mendes.
I protagonisti sono Burt e Verona, una coppia in attesa del loro primo figlio. L'evento spinge i due trentenni alla ricerca di una nuova casa dove crescere il nascituro perché il loro stile di vita da studenti troppo cresciuti mal si adatterebbe a un bimbo piccolo. Ne nasce così una specie di road movie, con i due che visitano Phoenix, Tucson, Montreal e Miami per rimettersi in contatto con amici e parenti nel tentativo di trovare un luogo dove i due quasi-genitori possano sentirsi davvero a casa, un viaggio che invece mostra loro solo perfetti esempi di come non vogliono crescere la loro famiglia.
Burt e Verona, ottimamente interpretati da John Krasinski e Maya Rundolph, sono due belle persone: intelligenti, creativi, felicemente innamorati l'uno dell'altra. Forse sono troppo di tutto questo per essere veri, ma alla fine chi se ne frega. È anche bello vedere film di persone che sembrano migliori di noi, che magari hanno qualcosa da insegnarci e sono davvero interessanti. E il film che ce li fa conoscere è una commedia tenera e divertente che ci fa sentire meglio, grazie anche all'ottima fotografia e a una colonna sonora azzeccata.
Appunti sparsi su cinema, libri, musica, videogiochi e quant'altro mi passa per la testa
5 giugno 2010
2 giugno 2010
Anvil! The Story of Anvil
Nel 1984 quattro gruppi heavy metal fecero un tour promozionale in Giappone. Di quei quattro, Scorpions, Bon Jovi e Whitesnake diventarono famosi in tutto il mondo, mentre il quarto, gli Anvil del titolo, no.
Inizia così questo documentario sugli Anvil, riconosciuti dai loro colleghi come un gruppo musicale con una grande influenza sul genere, ma che non raggiunse mai la fama internazionale che sembrava meritare. Il regista Sacha Gervasi, anche autore del soggetto di The Terminal e fan della band, segue i due fondatori del gruppo, Steve "Lips" Kudlow e Robb Reiner, nella loro ricerca disperata di quel sogno di gloria inseguito da ormai circa trent'anni. Amici fin dall'adolescenza e ancora parte degli Anvil, Kudlow e Reiner non hanno mai smesso di tentare di sfondare sul serio, nonostante i ripetuti fallimenti. Il documentario ce li mostra nella loro vita di tutti giorni a casa in Canada, li segue in un disastroso tour europeo, fino alla registrazione di un nuovo album, la ricerca di un'etichetta disposta a pubblicarlo e un nuovo concerto a un festival heavy metal in Giappone.
Anche se qualche dubbio sul fatto che sia interamente reale c'è, Anvil è un documentario con un cuore, per molti versi simile a The Wrestler. Se all'inizio è naturale provare compassione per due uomini di mezza età ai quali il buon senso suggerisce ormai da tempo di appendere chitarra e bacchette al chiodo, andando avanti è impossibile non ammirare la determinazione e, perché no, l'ingenuità con la quale Kudlow e Reiner, amici da più di trent'anni, non mollano e continuano a inseguire il loro sogno, convinti che le speranze non abbiano una data di scadenza. Anvil ha dei momenti di umorismo genuino, ma riesce anche a commuovere con momenti di sentimentalismo certamente telefonato, ma che non mancano di colpire.
Nota di colore: Tiziana, la manager italiana del disastroso tour europeo, che parla un inglese pessimo, ma che bestemmia in italiano in più di un'occasione. Da applausi.
Inizia così questo documentario sugli Anvil, riconosciuti dai loro colleghi come un gruppo musicale con una grande influenza sul genere, ma che non raggiunse mai la fama internazionale che sembrava meritare. Il regista Sacha Gervasi, anche autore del soggetto di The Terminal e fan della band, segue i due fondatori del gruppo, Steve "Lips" Kudlow e Robb Reiner, nella loro ricerca disperata di quel sogno di gloria inseguito da ormai circa trent'anni. Amici fin dall'adolescenza e ancora parte degli Anvil, Kudlow e Reiner non hanno mai smesso di tentare di sfondare sul serio, nonostante i ripetuti fallimenti. Il documentario ce li mostra nella loro vita di tutti giorni a casa in Canada, li segue in un disastroso tour europeo, fino alla registrazione di un nuovo album, la ricerca di un'etichetta disposta a pubblicarlo e un nuovo concerto a un festival heavy metal in Giappone.
Anche se qualche dubbio sul fatto che sia interamente reale c'è, Anvil è un documentario con un cuore, per molti versi simile a The Wrestler. Se all'inizio è naturale provare compassione per due uomini di mezza età ai quali il buon senso suggerisce ormai da tempo di appendere chitarra e bacchette al chiodo, andando avanti è impossibile non ammirare la determinazione e, perché no, l'ingenuità con la quale Kudlow e Reiner, amici da più di trent'anni, non mollano e continuano a inseguire il loro sogno, convinti che le speranze non abbiano una data di scadenza. Anvil ha dei momenti di umorismo genuino, ma riesce anche a commuovere con momenti di sentimentalismo certamente telefonato, ma che non mancano di colpire.
Nota di colore: Tiziana, la manager italiana del disastroso tour europeo, che parla un inglese pessimo, ma che bestemmia in italiano in più di un'occasione. Da applausi.
28 maggio 2010
Ink
Di solito evito di guardare film alla cieca e mi documento online, del resto con così tanti bei film in giro, perché devo perdere tempo con quelli che fanno schifo? Ed è per questo che volevo vedere con un certo interesse Ink, di cui si leggeva un gran bene, ma questo a volte non basta per essere sicuri di vedere un bel film. Non che Ink sia completamente da buttare via, intendiamoci, però poteva anche essere molto meglio, ecco. Ma andiamo con ordine.
Ci sono due fazioni contrapposte, gli Incubi [sic.] e gli Storyteller, che durante la notte danno alle persone che dormono rispettivamente incubi (ma pensa) e sogni. Nel mezzo ci sono un padre, sua figlia di circa 6 anni e l'Ink del titolo, un uomo deforme che non appartiene a nessuna delle due fazioni, ma che rapisce la piccola per guadagnare il favore degli Incubi. Il rapimento avviene però nel mondo dei sogni e questo fa sì che la bambina cada in coma nel mondo reale. La narrazione quindi segue Ink e la piccola nel mondo dei sogni e il padre in quello degli svegli, con gli Storyteller che cercano di salvare la piccola e responsabilizzare il padre, al quale è stata tolta la custodia della figlia per eventi che non sto a raccontare.
Di elementi per fare di Ink un buon film ce ne sono (ha una storia interessante con qualche sorpresa, una forte personalità estetica e uno stile che mi ha ricordato Heavy Rain e Silent Hill), il problema è che la prima parte del film è eccessivamente prolissa e, nonostante abbia il pregio di caratterizzare i personaggi e l'ambientazione con grande ricchezza di dettagli, ha il gravissimo difetto di avere un ritmo così lento da annoiare anche i più pazienti. La maggior parte degli attori poi ha una recitazione che non arriva alla sufficienza (la più brava è nettamente la bambina, il che è tutto dire) e che danneggia le situazioni emotivamente più coinvolgenti. Certo, non va dimenticato che il film è stato girato con un budget molto ristretto interamente finanziato dal regista e autore Jamin Winans, e si vede, ma resta il fatto che la qualità generale della pellicola ne soffre.
Insomma, a stare a sentire le sirene della rete mi aspettavo che mi sarei trovato di fronte a un piccolo capolavoro di cinema indipendente, e invece ho visto un film con qualche buona idea affogata nel mare di noia che è tutta la parte introduttiva della pellicola. Le cose migliorano andando avanti, ma dimenticare il supplizio appena passato è difficile.
Ci sono due fazioni contrapposte, gli Incubi [sic.] e gli Storyteller, che durante la notte danno alle persone che dormono rispettivamente incubi (ma pensa) e sogni. Nel mezzo ci sono un padre, sua figlia di circa 6 anni e l'Ink del titolo, un uomo deforme che non appartiene a nessuna delle due fazioni, ma che rapisce la piccola per guadagnare il favore degli Incubi. Il rapimento avviene però nel mondo dei sogni e questo fa sì che la bambina cada in coma nel mondo reale. La narrazione quindi segue Ink e la piccola nel mondo dei sogni e il padre in quello degli svegli, con gli Storyteller che cercano di salvare la piccola e responsabilizzare il padre, al quale è stata tolta la custodia della figlia per eventi che non sto a raccontare.
Di elementi per fare di Ink un buon film ce ne sono (ha una storia interessante con qualche sorpresa, una forte personalità estetica e uno stile che mi ha ricordato Heavy Rain e Silent Hill), il problema è che la prima parte del film è eccessivamente prolissa e, nonostante abbia il pregio di caratterizzare i personaggi e l'ambientazione con grande ricchezza di dettagli, ha il gravissimo difetto di avere un ritmo così lento da annoiare anche i più pazienti. La maggior parte degli attori poi ha una recitazione che non arriva alla sufficienza (la più brava è nettamente la bambina, il che è tutto dire) e che danneggia le situazioni emotivamente più coinvolgenti. Certo, non va dimenticato che il film è stato girato con un budget molto ristretto interamente finanziato dal regista e autore Jamin Winans, e si vede, ma resta il fatto che la qualità generale della pellicola ne soffre.
Insomma, a stare a sentire le sirene della rete mi aspettavo che mi sarei trovato di fronte a un piccolo capolavoro di cinema indipendente, e invece ho visto un film con qualche buona idea affogata nel mare di noia che è tutta la parte introduttiva della pellicola. Le cose migliorano andando avanti, ma dimenticare il supplizio appena passato è difficile.
26 maggio 2010
An Education
Basato su un racconto autobiografico, sceneggiato dal Nick Hornby bravo di High Fidelity e non quello penoso di How To Be Good e diretto dalla danese Lone Scherfig, An Education è un film bello dall'inizio alla fine. Ma tanto, eh.
È bello perché trova un equilibrio pressocché perfetto tra commedia e dramma, perché ha dei personaggi adorabili e vivi, perché ci fa sentire un po' come si viveva nella Londra del 1961.
La storia è quella di Jenny, una sedicenne intelligente, convinta che la vita non sia solo studiare e annoiarsi. E proprio a fagiolo capita David, un trentacinquenne che la seduce con una vita fatta di concerti di musica classica, serate danzanti e viaggi a Parigi e per il quale la ragazzina metterà in discussione il suo futuro. Non solo, anche la famiglia di Jenny rimarrà ammaliata da quello che sembra essere un uomo troppo bello per essere vero.
Jenny ha la faccia di Carey Mulligan che diciamolo, si vede che non ha 16 anni da un po' di tempo, ma che cazzo, è così brava che si fa fatica a raccontarlo. Sarebbe ingiusto dire che la giovane londinese si porta sulle spalle il film, del resto c'è anche un Alfred Molina che rulla sovrano anche nel ruolo di un rigido padre di famiglia degli anni '60 senza tentacoli meccanici, ma la sua interpretazione spicca senza dubbio.
Insomma, An Education va visto, perché di film così belli non ce ne saranno mai abbastanza.
È bello perché trova un equilibrio pressocché perfetto tra commedia e dramma, perché ha dei personaggi adorabili e vivi, perché ci fa sentire un po' come si viveva nella Londra del 1961.
La storia è quella di Jenny, una sedicenne intelligente, convinta che la vita non sia solo studiare e annoiarsi. E proprio a fagiolo capita David, un trentacinquenne che la seduce con una vita fatta di concerti di musica classica, serate danzanti e viaggi a Parigi e per il quale la ragazzina metterà in discussione il suo futuro. Non solo, anche la famiglia di Jenny rimarrà ammaliata da quello che sembra essere un uomo troppo bello per essere vero.
Jenny ha la faccia di Carey Mulligan che diciamolo, si vede che non ha 16 anni da un po' di tempo, ma che cazzo, è così brava che si fa fatica a raccontarlo. Sarebbe ingiusto dire che la giovane londinese si porta sulle spalle il film, del resto c'è anche un Alfred Molina che rulla sovrano anche nel ruolo di un rigido padre di famiglia degli anni '60 senza tentacoli meccanici, ma la sua interpretazione spicca senza dubbio.
Insomma, An Education va visto, perché di film così belli non ce ne saranno mai abbastanza.
24 maggio 2010
Near Dark
Prima di diventare la cinquantenne ultragnocca che vince l'Oscar alla faccia dell'ex-marito, Kathryn Bigelow nel 1987 esordiva alla regia da sola con Near Dark, quindi ben prima che i vampiri l'attuale prezzemolo dell'industria dell'intrattenimento.
Il protagonista è Caleb, un giovane fattore che si invaghisce della misteriosa e affascinante Mae. La ragazza sembra troppo gnocca per essere vera, e infatti si rivela essere un vampiro che inavvertitamente morde il giovinotto, il quale si accorge in fretta di stare diventando a sua volta una creatura della notte (l'ho scritto sul serio?). Mae lo convince a seguirla ed è così che conosciamo il resto dell'allegra combriccola di vampiri, formata dal patriarca Jesse, interpretato da Lance Henriksen, lo psicopatico Severen, con la faccia di Bill Paxton, la violenta Diamondback e il piccolo, anche se solo all'apparenza, Homer.
Near Dark è un film che mischia generi con grande sapienza: western, una storia d'amore e di famiglia, horror e azione. Tutti gli elementi sono dosati e miscelati alla grande e visivamente il film è di forte impatto grazie all'ottima fotografia. La rappresentazione della "famiglia" mi ha ricordato The Devil's Rejects, nel modo in cui i vampiri sono sì degli assassini sanguinari, ma anche per come rivelano una certa inaspettata umanità che ti fa provare una involontaria e sgradita compassione per loro. Le interpretazioni dei due protagonisti forse potrebbero essere un filino migliori, e la conclusione del film sembra un po' troppo "semplice", ma Near Dark mantiene intatto il suo valore anche dopo 23 anni ed è uno dei film migliori sui vampiri (non che ne abbia visti chissà quanti, ma vabbè).
Il protagonista è Caleb, un giovane fattore che si invaghisce della misteriosa e affascinante Mae. La ragazza sembra troppo gnocca per essere vera, e infatti si rivela essere un vampiro che inavvertitamente morde il giovinotto, il quale si accorge in fretta di stare diventando a sua volta una creatura della notte (l'ho scritto sul serio?). Mae lo convince a seguirla ed è così che conosciamo il resto dell'allegra combriccola di vampiri, formata dal patriarca Jesse, interpretato da Lance Henriksen, lo psicopatico Severen, con la faccia di Bill Paxton, la violenta Diamondback e il piccolo, anche se solo all'apparenza, Homer.
Near Dark è un film che mischia generi con grande sapienza: western, una storia d'amore e di famiglia, horror e azione. Tutti gli elementi sono dosati e miscelati alla grande e visivamente il film è di forte impatto grazie all'ottima fotografia. La rappresentazione della "famiglia" mi ha ricordato The Devil's Rejects, nel modo in cui i vampiri sono sì degli assassini sanguinari, ma anche per come rivelano una certa inaspettata umanità che ti fa provare una involontaria e sgradita compassione per loro. Le interpretazioni dei due protagonisti forse potrebbero essere un filino migliori, e la conclusione del film sembra un po' troppo "semplice", ma Near Dark mantiene intatto il suo valore anche dopo 23 anni ed è uno dei film migliori sui vampiri (non che ne abbia visti chissà quanti, ma vabbè).
Iscriviti a:
Post
(
Atom
)