05 marzo 2012

Super 8


Lo dico subito: a me Super 8 è piaciuto tantissimo. Quindi se per caso nelle poche righe che seguiranno mi lascerò prendere dall'entusiasmo, saprete perché.

Detto questo, per godersi Super 8 bisogna entrare nell'ordine di idee di trovarsi davanti a un omaggio al cinema di un certo tipo, quello tutto buoni sentimenti, famiglia, amicizia e avventura che andava di moda una [GASP] trentina di anni fa, negli anni '80. E sì, ricorda tantissimo The Goonies, e non è un caso, dato che l'autore del soggetto di quel piccolo classico del cinema moderno, Steven Spielberg, è anche uno dei produttori di Super 8. Ma non ricorda solo il bellissimo film diretto da Richard Donner, ma anche altre pellicole simili come Hook ed E.T. (sì, sempre roba di Spielberg). Anzi, dai, ricorda una milionata di film differenti, non racconta niente che non sia già letto e visto in precedenza, ma anche chi se ne frega.

J.J. Abrams, regista e sceneggiatore di Super 8, prende un gruppo di adolescenti, impegnati a fare cose da ragazzini degli anni '80 e a girare un film di zombi diretto da uno del gruppo e lo mette nel bel mezzo di una cospirazione governativa con tanto di ufo e scienziati ribelli. Al gruppo si aggiunge la bella e misteriosa Alice (interpretata da Elle Fanning, sorella di Dakota; e sì, le Fanning sono solo due, ma non so perché, ero convinto che fossero una meno di mille come i fratelli Baldwin), reclutata per ricoprire il ruolo della moglie infettata dal virus zombi del protagonista nel loro film. Vabbe', è inutile raccontare la trama di Super 8, tanto si sa cosa accadrà sin dal primo minuto.

Super 8 funziona benissimo ed è meraviglioso finché mette in scena le amicizie, le cotte, i rapporti conflittuali tra padri e figli. Lo fa grazie a un modo di fare cinema bello e sincero, che si concentra sui giovani protagonisti e sui loro sentimenti e ci riporta indietro nel tempo senza quasi che ce ne si accorga. Funziona meno quando mette in scena la sua anima di film d'azione e forza un po' la sceneggiatura per fare incastrare alcune svolte nella trama. Tuttavia, per quelle poco meno di due ore di durata, Super 8 mi ha ricordato un tempo andato, un tempo di vita e di film, e lo ha fatto facendomi sorridere e divertire esattamente come succedeva allora.

28 febbraio 2012

Everything Must Go


Guardi il trailer di Everything Must Go e ti aspetti una bella commedia che faccia ridere e che ti faccia passare una bella serata senza troppi pensieri. E poi c'è Will Ferrell, cribbio, non gli faranno mica interpretare un ruolo drammatico? E invece le cose sono leggermente diverse.

Basato su un racconto di Raymond Carver, "Why Don't You Dance", questo film scritto e diretto da Dan Rush racconta di Nick Halsey, un dirigente di un'importante compagnia che si ritrova, nel giro di poche ore, disoccupato, senza una casa e abbandonato dalla moglie. Ah, ed è anche un ex-alcolista con una lunga storia di ricadute. Al suo ritorno dopo essere stato licenziato, trova tutta la sua roba ammucchiata nel giardino antistante casa sua e tutte le serrature e combinazioni cambiate, con uno stringato biglietto di addio da parte della moglie. Così, in qualche modo, Nick deve provare a rimettere insieme i pezzi della sua vita dal giardino di casa sua, combattendo contro l'alcolismo che minaccia di riprendere controllo della sua vita, e appoggiandosi sull'amicizia appena stretta con un ragazzino che gironzola nel vicinato e una donna incinta trasferitasi da poco dall'altro lato della strada.

Come già detto, Everything Must Go ha tutto l'aspetto di una commedia, ma in realtà è un film drammatico, con momenti molto intensi e toccanti e qualche situazione divertente qua e là. Una volta entrati in modalità "Ok, è un film drammatico, le risate ci sono, ma sono amare", ci si trova davanti alla classica storia di caduta e redenzione, con un personaggio interpretato benissimo da un Will Ferrell che non ti aspetti, perfettamente a proprio agio in ruolo drammatico, e con Rebecca Hall e l'esordiente Christopher Jordan Wallace altrettanto bravi a dare voce a due personaggi complemento ideale per Nick. Non rivela il segreto della vita o della felicità, e non riserva sorprese di nessun tipo, ma con una narrazione delicata e discreta di un argomento non facile per alcuni aspetti, Everything Must Go è un film piacevole nonostante la situazione sia un po' ai limiti del realismo e un finale un po' troppo "semplice".

26 febbraio 2012

Captain America: The First Avenger


È un periodo di film di super eroi per me: dopo Thor, che mi ha lasciato freddino al punto di non averne avuto nemmeno voglia di scriverne, e Super, ora tocca a Captain America e a Il primo vendicatore. Confesso che ho passato i primi dieci minuti del film a chiedermi che ci facesse Johnny Storm mingherlino nei panni di Steve Rogers e se la sua presenza non avrebbe causato dei danni irreparabili alla continuità dell'universo dei super eroi della Marvel. Fortunatamente non è apparso nessun cattivo o super eroe non previsto e i cazzotti se li sono dati solo i personaggi previsti dal copione e dal fumetto. Cazzotti di grande qualità, per altro.

Io non sono un grande appassionato di Capitan America e di super eroi in generale: lo conosco, so a grandi linee chi è e che fa nella vita, guardavo i cartoni animati che passavano in TV quando ero bambino, ma non so molto altro dell'eroe che dovrebbe rappresentare la parte migliore dell'America in guerra. Non posso quindi andare a fare le pulci a eventuali libertà creative che regista e sceneggiatori si sono presi rispetto al materiale originale. Senza termini di paragone, quello che rimane di The First Avenger è un film di super eroi fatto in maniera tradizionale, che non si vergogna di omaggiare i film d'azione vecchio stile con personaggi piacevoli, anche se non particolarmente profondi, un cattivo così cattivo che non si può fare a meno di detestare (magari sono io, ma Hugo Weaving, bravissimo per carità, comincia ad annoiarmi, mi sembra che si limiti a riutilizzare sempre lo stesso personaggio), un umorismo semplice e mai invadente e un'estetica retrò.

Sì, è scontato e sa tantissimo di già visto, ma The First Avenger ha un protagonista carismatico e affascinante, e non solo perché ha la faccia e i muscoli della Torcia Um... uhm, di Chris Evans. La figura soldato dal cuore d'oro ha ancora un suo certo fascino, e Joe Johnston lo sfrutta a dovere circondando Capitan America di attori e personaggi all'altezza del ruolo e della situazione (splendido l'Howard Stark di Dominic Cooper) e creando scene d'azione e di combattimento impeccabili sotto ogni punto di vista. Probabilmente non è uno di quei film memorabili che entreranno nella storia del cinema (dai, azzardo che non lo è sicuramente), ma nella categoria dei "Film d'intrattenimento che ti fanno un po' esaltare come un bambino", questo Captain America fa la sua porchissima figura.

15 febbraio 2012

Super


Se prendiamo Kick-Ass e, al posto di un ragazzino sfigatino appassionato di fumetti, ci mettiamo un adulto psicopatico abbandonato dalla moglie alcolizzata e drogata, otteniamo Super, scritto e diretto da James Gunn, l'autore di quella piccola gemma horror che è Slither e la mente dietro anche a quella trovata divertente che è la serie di PG Porn.

Usare il termine "psicopatici" per il protagonista Frank e la sua degna compare Libby non è per niente un'esagerazione, perché il primo è davvero fuori come un balcone, in preda a visioni mistiche, con la gentile partecipazione di alcuni tentacoli usciti direttamente da un hentai, che lo convincono di essere il prescelto di Dio per dispensare giustizia nel mondo e improvvisi e violentissimi raptus d'ira, mentre sotto le adorabili spoglie della seconda (che ha il bel visino di Ellen Page) si nasconde un'appassionata di fumetti con un fetish per i super eroi e una violenza repressa che fa spavento quando si scatena. I due sono al centro di una vicenda strana per certi versi, che è in parte commedia nera e in parte una storia dai toni piuttosto drammatici, con improvvisi e in parte inaspettati picchi di violenza fisica ed estremamente grafica. È forse questo aspetto che mi ha spiazzato, questa apparente indecisione di Super sul cosa vuole essere: non è del tutto una commedia perché non fa propriamente ridere, ma non è nemmeno un horror o un film violento, e non è un film drammatico. È schizofrenico nella sua identità cinematografica e, per quanto abbia dei momenti ottimi, mi ha lasciato interdetto, indeciso sul come sentirmi perché saltava da un'emozione all'altra per il gusto di farlo e sull'onda di un'intuizione estemporanea e non per un reale percorso di sceneggiatura, ma è anche molto probabile che sia stato io a non essere entrato in sintonia con Gunn e i suoi eroi da manicomio. Avrei preferito una maggiore coerenza emotiva e di generi, se vogliamo, ma Super rimane comunque un'interessante e tutto sommato piacevole reinterpretazione del mito dei super eroi.

06 febbraio 2012

Attack The Block


Guardando Attack The Block mi è sembrato di tornare ragazzino, quando andavo al cinema con mio padre (è successo poche volte in verità, ma non importa) a vedere i film ignoranti di Stallone come Rocky IV e Rambo 2, durante i quali era accettato e incoraggiato applaudire e urlare quando il nostro eroe si risollevava o ammazzava il cattivo di turno. Con questo film di Joe Cornish viene naturale fare lo stesso, perché ha quello spirito un po' menefreghista e cazzaro, con momenti infantilmente esaltanti che ti fanno venire i lucciconi di gioia e allegria. È solo un peccato che l'abbia visto da solo, perché in compagnia dev'essere nettamente più divertente.

Attack The Block è un film che prende un po' di generi, li mischia, e ne tira fuori un'oretta e mezza di godibilissimo intrattenimento cinematografico. C'è il gruppo di ragazzini che fa tanto Goonies moderni, solo che questi sono un mucchio di mezzi delinquenti cresciuti in un council estate (le case popolari inglesi) del Sud di Londra, ci sono degli alieni che arrivano sulla Terra e decidono di attaccare il palazzo dei suddetti giovincelli in seguito a un "disguido", ci sono i personaggi di contorno simpatici, detestabili e scombinati. C'è anche un accenno di analisi e denuncia sociale sulle condizioni di vita dei giovani cresciuti nelle zone più disagiate di Londra e che probabilmente sfugge a chi non conosce un minimo l'argomento. Ci sono le scene di azione, i momenti di suspence, gli spaventi (piccoli, in verità), le risate, il sangue e la carne strappata a brani. Insomma, c'è un po' di tutto, in dosi e tempi giusti, e non è un caso che siano coinvolti nel progetto anche alcune delle persone che hanno lavorato su Shaun of the Dead e Hot Fuzz, perché ne condivide impostazione e approccio ai vari generi da cui prende ispirazione.

Mi raccomando, se possibile è da vedere in lingua originale per poter apprezzare il particolare accento del Sud di Londra ("Al'ight, bruv?) e alcune espressioni slang assurde.

01 febbraio 2012

Trust


Con forse qualche pregiudizio di troppo, non è facile aspettarsi molto da un film diretto da David Schwimmer, il cui ruolo più famoso è sicuramente quello di Ross in Friends, ma non va dimenticato che ha anche diretto Run Fatboy Run nel 2007.

Eppure, forse un po' a sorpresa, Trust è un gran bel film che affronta un tema difficile come quello della pedofilia con tatto e delicatezza rari. Non è film di accusa o una caccia al mostro, né offre soluzioni a un problema per il quale è difficile fare prevenzione vera e concreta. Cerca solo di mostrare il dramma di una quattordicenne che finisce per essere la vittima di un uomo adulto che approfitta di lei e della sua ingenuità e quello della sua famiglia impegnata a rimettere insieme i pezzi della propria esistenza. Perché se da un lato è ovviamente la giovane Annie a essere la protagonista e vittima della vicenda, dall'altra ci sono i genitori Will e Lynn che non sanno come comportarsi in una situazione del genere combattuti tra il senso di colpa per non essere stati in grado di proteggere la propria bambina e il desiderio di vendetta, di punizione per il colpevole. È soprattutto il padre, interpretato da un ottimo Clive Owen, a essere più in difficoltà, a non riuscire a trovare quel briciolo di pace interiore necessario per dare un senso di sicurezza alla figlia che vede la sua vita da adolescente andare in frantumi un pezzo alla volta.

Trust è indubbiamente un bel film, ma è soprattutto l'interpretazione di Liana Liberato nella parte di Annie a spiccare e a elevarlo sopra la media, e per una volta abbiamo un'attrice che ha davvero l'età del personaggio che interpreta e non un'adulta che fa finta di essere una ragazzina (come per esempio Carey Mulligan nel bellissimo An Education). Quindi facciamo i complimenti a Ros... ehm, David, perché se li merita davvero.

30 gennaio 2012

The Beautiful Land


The Beautiful Land è un libro che costa 99 centesimi americani, 89 centesimi di euro o 79 pence a seconda dell'Amazon sul quale lo si acquista, e si trova per ora solo in formato digitale e in inglese. Ho scoperto della sua esistenza grazie al tweet di un amico ed ex collega americano. È scritto da Alan Averill, che prima di darsi alla scrittura a tempo pieno, ha lavorato negli uffici americani di Nintendo sulla localizzazione di titoli come Hotel Dusk e Advance Wars. Considerato il prezzo, basterebbe dire che il libro è bello, perché a quella cifra è davvero un delitto non comprarlo, ma spenderò qualche parola in più al riguardo.

The Beautiful Land è un libro di fantascienza, che ricorda come meccanismi alcuni libri di Michael Crichton, con un elemento quasi scientifico, decisamente fantastico, ma tutto sommato plausibile e credibile che fa da fondamenta a tutta la vicenda. Nel caso del libro di Averill si tratta del viaggio del tempo e di una macchina inventata dal genio di turno che permette di saltare tra le varie linee temporali. The Beautiful Land è anche la storia di due persone, Takahiro e Samira (Tak e Sam per gli amici), un ragazzo e una ragazza legati da un forte legame, e della loro lotta per non perdersi e magari, già che ci sono, evitare che il mondo finisca.

Come ogni bel libro che si rispetti, The Beautiful Land funziona su più livelli. La trama principale è ben costruita e interessante, complessa, ma che non esagera mai con i colpi di scena o con eventi inspiegabili o poco credibili. Ma sono soprattutto i due personaggi a reggere la baracca: è facile affezionarsi a Tak e Sam, con la loro serie di problemi e conflitti interiori e non in quantità giusta da risultare credibili come persone. I loro dialoghi sono piacevoli, fanno sorridere e suonano come cose che due persone si direbbero sul serio, anche in situazioni incredibili come quelle in cui si trovano. Il libro si legge di corsa (non è molto lungo, ma io l'ho finito in circa tre giorni) anche per vedere come se la caveranno loro due e non solo per scoprire cosa accadrà al mondo.

Insomma, a 89 centesimi sono pochissimi per quasi qualsiasi cosa, ma se si tratta di un bel libro come The Beautiful Land, sono una cifra davvero irrisoria. Se avete un Kindle e avete fiducia nella vostra capacità di leggere in inglese, sarebbe un peccato lasciarselo scappare.

22 gennaio 2012

Source Code


Immagino che Duncan Jones sia il regista ideale per i produttori moderni: fa film con quattro soldi, risparmia su cast e set usando pochi personaggi e ancora meno ambientazioni e, nel caso paghi gli attori un tanto a parola, non scrive mai dialoghi superflui o ridondanti. E come se non bastasse, fa pure dei gran bei film.

Source Code è il suo lavoro più recente e si avvale di un cast più corposo rispetto al precedente Moon. Si tratta ancora una volta di un film di fantascienza, e ancora una volta è una fantascienza saldamente ancorata alla nostra realtà, che prende un elemento fantastico e lo inserisce nel contesto di una situazione realistica e credibile. In questo caso abbiamo a che fare con il programma "Source Code" (che non capisco perché non abbiano tradotto con "Codice sorgente" nel titolo italiano), una nuova tecnologia che sfrutta l'energia cerebrale residua nei deceduti per ricreare una sorta di realtà alternativa con la quale alcuni agenti possono interagire e Jake Gyllenhaal è uno di questi operatori altamente specializzati. E finiamola qui con la trama.

Il modo di fare cinema di Jones mi piace assai. Il suo è un cinema... educato, ecco, molto inglese per certi versi, che non si dimena scompostamente per attirare l'attenzione dello spettatore e non urla sguaiatamente per svegliare il pubblico assopito. Non ne ha bisogno perché, con il suo stile pulito e con sceneggiature che quadrano sempre il cerchio, è davvero difficile annoiarsi con un film di questo regista inglese. Anche gli attori si adeguano al suo stile compìto, perché Gyllenhaal e le co-protagoniste Michelle Monaghan e Vera Farmiga regalano interpretazioni intense, ma mai fuori posto né sopra le righe, sempre in sintonia con il regista e con gli altri attori. Quella che inizialmente sembra una rivisitazione in chiave thriller di Groundhog Day ("Ricomincio da capo" in italiano) si rivela essere un film profondo e complesso che non evita di affrontare temi che si sarebbero facilmente prestati a discorsi di retorica spinta; Jones invece li inserisce nel contesto della storia con il suo solito tatto e con un gusto cinematografico invidiabile. Source Code conferma quanto di buono Jones aveva fatto vedere con Moon ed è un sollievo, perché sarebbe stato un peccato scoprire che Moon era stato solo una botta di culo.

20 gennaio 2012

Unstoppable - Fuori controllo


Tony Scott è quello che dei due fratelli fa i film ignoranti e fracassoni, ma che ci piacciono tanto e ci fanno divertire come dei pazzi. In Fuori controllo (no, non è quello con Mel Gibson) prende Denzel Washington e lo mette nei panni dell'addetto ai treni esperto e disilluso e gli mette a fianco quel marcantonio di Chris Pine nella parte dell'addetto ai treni con mansioni diverse da quelle di Denzel tanto bello, quanto irruento e testone. Loro malgrado, i due baldi eroi si ritrovano impegnati a dover fermare un treno impazzito lasciato libero di scorrazzare per i binari di non mi ricordo quale Stato americano (Pennsylvania?) prima che deragli da qualche parte e combini un disastro.

Con uno sviluppo dei personaggi pronfondo quanto una pozzanghera residuo di dieci minuti di pioggia leggera, Unstoppable è tutto botti, esplosioni, dialoghi un po' del menga e scene d'azione che, anche se spesso sai benissimo come andranno a finire, ti tengono lo stesso incollato allo schermo. È un orologio perfetto, ogni ingranaggio è oliato alla perfezione e fino alla fine è un film d'azione divertente alla vecchia maniera. Parte forse lento, un po' come un treno che ci mette un po' a prendere velocità (questa metafora è più profonda di qualsiasi cosa trovata nel film, ve lo assicuro), ma una volta partito non si ferma fino ai titoli di coda. E poi cribbio, c'è pure Rosario.

07 gennaio 2012

À bout portant


À bout portant, che dubito sia mai uscito ufficialmente in Italia, non comincia non migliori dei modi: si apre con un inseguimento a piedi, con il signore nella locandina qui sopra nella parte dell'inseguito e due tizi armati di pistole impegnati a rincorrerlo giù per delle scale, poi in un parcheggio, poi su un ponte e poi basta che poi faccio SPOILER. Il punto è che l'inseguito è per tutto il tempo impegnato, oltre che a scappare, a tenersi una mano su una ferita che ha sull'addome e che sta sanguinando copiosamente. Quindi il suo passo è tutt'altro che centometrista. Eppure, per i pochi minuti della durata dell'inseguimento, i due tizi che lo rincorrono, che hanno un aspetto sanissimo e che non mostrano problemi fisici di nessun tipo, non solo non riescono a raggiungerlo, ma nemmeno ad avvicinarsi al loro bersaglio. Misteri della sceneggiatura.

A parte questo problema di sospensione dell'incredulità iniziale, questo film francese regala un'oretta e mezza scarsa di azione e intrattenimento di gran fattura. La tensione è dosata con mestiere e la storia risulta interessante e soprattutto credibile fino alla fine (e anche complicata al punto giusto). Fortunatamente gli autori hanno evitato i classici salti mortali per sorprendere lo spettatore e la sceneggiatura è solida e non lascia dubbi o buchi qua e là (a parte il misterioso inseguimento a elastico iniziale, ecco). Nonostante fosse facile cadere nella sua trappola, il film non esagera con la violenza gratuita, ma la conserva per i momenti che contano, aumentando di quel tanto che basta il livello da aumentarne l'impatto.

"À bout portant" è la storia di un uomo comune che si ritrova suo malgrado in una situazione eccezionale e della sua lotta per uscirne vivo, salvando anche la moglie incinta già che c'è. Non ha messaggi profondi o verità rivelate, ma è un film d'azione che fa quello che deve fare in maniera irreprensibile e senza sbagliare nulla o quasi (non inaspettatamente, pare che ne faranno una versione americana).

04 gennaio 2012

Le quattro volte

Come primo post dell'anno nuovo mi sembra giusto parlare di un film come Le quattro volte. Non ricordo come ho scoperto della sua esistenza, ma ne ho letto bene e, nonostante dicessero tutti che era un film "artistico", ho deciso di dargli una possibilità.

Non lo avessi mai fatto.

La locandina in effetti avrebbe dovuto farmi venire qualche sospetto. "Le quattro volte" non è tanto un film, quando piuttosto un documentario. Ambientato in non mi ricordo più quale paesino montano calabrese, segue con pigra attenzione le vicende giornaliere di un anziano pastore e, [SPOILER] dopo la sua morte, la vita di un agnellino e poi di un pino trasformato in albero della cuccagna che infine diventa carbone. Non sto inventando, giuro che è così. Le velleità artistiche non mancano di certo al regista e autore Michelangelo Frammartino, e la fotografia è decisamente apprezzabile, ma è durissima guardare un'ora e mezza scarsa di immagini accompagnate da belati e poco più. Io ce l'ho fatta a malapena, ma confesso di aver passato buona parte del film a cazzeggiare su vari social network con lo smartphone, e sono arrivato alla fine giusto per curiosità perversa più che per reale interesse nel film. La sua rappresentazione delle varie fasi della vita è fin troppo metaforica per me, ammetto i miei limiti e dico che, per quanto poetico e artistico, a me ha abboffato le palle.

05 dicembre 2011

Blood Story

Mesi di inattività sul blog, mesi di scazzo nella vita di tutti i giorni.

Comunque, dicevamo, Blood Story. Avrebbero potuto anche dire ai poveri traduttori italiani che avrebbero fatto ben due film diversi con titoli simili, eh. Così l'originale svedese Let The Right One In è diventato, abbastanza arbitrariamente, ma tutto sommato correttamente, "Lasciami entrare", mentre il rifacimento americano intitolato Let Me In è diventato [risata trattenuta a fatica] Blood Story. Ora, tralasciando le solite menate sui rifacimenti yankee di film in lingua non inglese, verrebbe da pensare che non ci sia molto da scrivere su Let Me In. E invece vale la pena di spendere due parole per questo film, perché il regista e sceneggiatore Matt Reeves, quello di Cloverfield, ha preso molti degli elementi positivi della pellicola originale e ne ha anche aggiunti alcuni di nuovi, facendo di Let Me In un film sufficientemente diverso da meritare di essere visto.


Sebbene trasferito geograficamente a Los Alamos, New Mexico, la storia si svolge ancora nei primi anni '80 e ha ancora come protagonista un dodicenne trascurato dai genitori divisi e tormetanto da tre bulli a scuola. Owen, questo il suo nome, stringe però amicizia con Abby, una strana ragazzina che si trasferisce nell'appartamento di fianco al suo. Ragazzina che è umana solo all'apparenza e che cambierà l'esistenza dell'adolescente.

Senza approfondire ulteriormente la trama, Blood Story conserva l'atmosfera originale, aggiunge qualche scena horror che non ricordavo nel film svedese e riesce anche a farci vedere con efficacia e tatto come cresce il rapporto di affetto tra i due protagonistim, in particolare in due scene molto belle (peccato che però anche in questo caso abbiano tralasciato la mia preferita del libro). Per certi versi, Blood Story è forse meglio perché lascia da parte alcune trame secondarie tratte dal libro e che in "Lasciami entrare" erano appena accennate e non appronfondite a sufficienza. Insomma, alla faccia di quelli che hanno sempre da ridire contro i remake americani, Blood Story si è rivelato un film all'altezza di "Lasciami entrare" e del libro da cui è tratto. Ebbravo Matt.

08 settembre 2011

Rango

Dopo la fortunata serie dei Pirati dei Caraibi, la premiata ditta Gore Verbinski / Johnny Depp torna sui nostri schermi con un film di animazione computerizzata, Gore dietro la macchina da presa e Johnny impegnato a doppiare Rango, il camaleonte protagonista. Mentre la Pixar prende pizze in faccia da un po' tutti i critici del mondo con il suo nuovo Cars 2 (che non ho ancora visto, ma nemmeno il primo mi era piaciuto particolarmente), gli altri hanno finalmente re-imparato a fare dei film come si deve.

Rango mette in scena  la classica storia western (di cui riprende e reinterpreta anche l'ambientazione e i personaggi) dell'uomo solitario che trova una nuova comunità che lo adotta come eroe nonostante sia tutt'altro, finisce per rivelarsi il povero sfigato quale è, viene cacciato e finisce poi per redimersi (vabbe', spoiler, ma cribbio, si vede lontano un miglio dove andrà a parare il film). Quindi, tutto già visto e letto milioni di volte, ma è le variazioni sul tema sono originali e perfettamente in tono con l'ambientazione e i personaggi. Mi è piaciuto particolarmente come gli autori hanno reintepretato i personaggi classici del genere, come il fuorilegge al servizio dei cattivi o il saggio che dona perle di saggezza di difficile interpretazione (e doppiato da Timothy Olyphant).

Johnny Depp è un doppiatore eccellente e il suo Rango è un personaggio a tutto tondo, e anche il resto del cast (attori e animali comprimari) è all'altezza. Rango è un film di animazione estremamente piacevole, con una realizzazione tecnica che lascia davvero a bocca aperta, con alcuni dettagli che sembrano quasi reali, un'ottima regia e un uso dei colori davvero azzeccato. L'attenzione ai dettagli è minuziosa e ogni personaggio caratterizzato con grande cura.

P.S. Non ho idea di chi siano i doppiatori italiani, IMDb riporta quelli originali e non ho voglia di andare a cercare i nomi,

05 settembre 2011

The Social Network

Il titolo italiano avrebbe potuto essere nettamente "Il socialino" o "Il socialnè", invece hanno deciso di tenere quello originale yankee, peccato.

The Social Network è tratto dal saggio "Miliardari per caso" di Ben Mezrich ed è, in parole povere, la storia della nascita e dell'inarrestabile corsa verso il primo milione di utenti di Facebook, IL social network per eccellenza ormai. È anche la storia di Mark Zuckerberg e delle cause legali che il ventisettenne ha dovuto affrontare riguardo la paternità dell'idea alla base del progetto, in particolare con Eduardo Saverin, co-fondatore e finanziatore unico del social network durante i primi anni di attività, e i gemelli Vinklevoss e Divya Narendra, con i quali Zuckerberg collaborò per poco più di un mese a un progetto molto simile a Facebook, HarvardConnection, prima di abbandonarli e lanciare il suo social network con un tempismo molto sospetto.

Sceneggiato da Aaron Sorkin e diretto da David Fincher, che si conferma sempre di più tra i mie registi preferiti, The Social Network è una macchina cinematografica in cui ogni singola parte funziona in sincronia perfetta con tutte le altre. La sceneggiatura non sbaglia un colpo, non ha mai un un singolo passaggio a vuoto, fosse anche di pochi secondi, e ti incolla allo schermo dall'inizio alla fine come il migliore dei thriller, mentre la regia di Fincher è, manco a dirlo, splendida come al solito, precisa e funzionale alla storia e mai invadente.
Le sue due ore di durata sono ricche di dialoghi veloci e complessi che riescono comunque ad appassionare e spiegano con disarmante e inaspettata semplicità i meccanismi alla base di un social network come Facebook e i complicati meccanismi sociali e finanziari che si sono mossi dietro le quinte. Abituati a dialoghi sempre più didascalici e semplificati, The Social Network è una piacevole ventata d'aria fresca e dimostra come non sia necessario semplificare i film, ma come invece lo sia scriverli come si deve, e la sceneggiatura di Sorkin ne è la prova materiale.
Meritano un applausone anche tutti i membri del cast, a partire da Jesse Eisenberg, che dà una nuova dimensione al suo solito ruolo di sfigatino col cuore d'oro e dimostra di avere del talento vero, passando da Andrew Garfield nei panni di Saverin per arrivare allo splendido Justin Timberlake nel ruolo del vulcanico e irresistibile Sean Parker (il fondatore di Napster e Plaxo). Sono loro che danno vita e concretezza alla parole di Sorkin e sono tutti indistintamente bravissimi.

L'argomento di The Social Network potrà non interessare a tutti, in alcuni passaggi è quasi il sogno bagnato di qualsiasi nerd informatico, ma la qualità della sua regia e della sua scrittura non possono lasciare indifferente qualsiasi spettatore, appassionato di cinema o spettatore occasionale che sia. Va visto e basta. Più e più volte.

P.S. C'è pure la colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross che ha vinto un meritato Oscar.

31 agosto 2011

Ponyo

Io non sono un fan sfegatato di Miyazaki. Cioè, mi piacciono i suoi film, li guardo sempre volentieri, ma non riesco a considerarlo uno dei miei registi preferiti. Nonostante mi siano piaciuti più o meno tutti i suoi film. O forse dico che non sono un fan per tirarmela e distinguermi da tutti i fissati con anime e simili che ci sono là fuori.

Sia come sia, ho visto di recente Ponyo, l'ultimo film di Miyazaki in attesa che nel 2012 esca il seguito di Porco Rosso. Come molti dei film del regista giapponese, Totoro su tutti per esempio, Ponyo ha una trama quasi inesistente. Sì, ok, c'è almeno nominalmente e racconta di una, boh, principessina del mare che vuole tanto diventare una bambina e che trova nell'amicizia e nell'affetto di un bambino di cinque anni la forza e la spinta per farlo, ma in fin dei conti la storia è l'elemento meno importante di Ponyo. Si ha quasi l'impressione che il film decida sul momento cosa fare piuttosto che essere il risultato di una sceneggiatura scritta e definita. Sì, perché quello che è realmente importante del film è la sua realizzazione estetica, la fantasia e la creatività che sprizzano da ogni disegno, la forza delle immagini che appaiono a schermo e la sinestesia che creano con la bellissima colonna sonora. È vero che le emozioni che ci comunicano sono semplici, infantili per certi versi, ma non mancano di coinvolgere.

Ponyo è un film che non puoi fare a meno di definire carino, in tutti i sensi, perché è tanto dolce da rischiare di cariarti tutti i denti e di farti venire gli occhi a cuoricino, e ti fa sentire l'irresistibile desiderio di abbracciare il televisore e per non mollarlo mai più. È decisamente un film per bambini più che per adulti, anche se un accenno di messaggio ecologista è sempre presente, ma può e riesce a essere piacevole anche per chi bambino non lo è più da un bel po' di primavere.