16 ottobre 2010

Buried

Un uomo in una scatola di legno sotterrata da qualche parte nel deserto iracheno. E basta. Queste sono le premesse di Buried, diretto e montato dallo spagnolo Rodrigo Cortés, scritto da Chris Sparling e girato con un budget minuscolo, per l'industria cinematogrofica, pari a tre milioni di dollari.
L'uomo nella scatola è Paul Conroy, interpretato da Ryan Reynolds, un autista di camion che lavora in Iraq per una delle tante ditte appaltatrici presenti in Medio Oriente e che si ritrova nella scatola di cui sopra in seguito a un attacco da parte di non meglio precisate forze irachene. Dentro la scatola Conroy trova anche un accendino e un telefono cellulare con il quale comunicare con l'esterno.

Contrariamente a tutte le attese, Buried funziona. Il film è girato interamente all'interno della scatola e Conroy è l'unico di cui vediamo la faccia. Il resto dei personaggi è presente solo come voci che giungono attraverso il cellulare. Molto del merito va sicuramente a un Reynolds che riesce a dare una prova fisica e intensa nonostante lo spazio angusto in cui si ritrova per tutto il film, ma anche la sceneggiatura e il montaggio funzionano, riuscendo a ravvivare l'interesse dopo ogni telefonata. Durante la visione mi aspettavo sempre una caduta di stile, uno sviluppo improbabile o stupido, e invece il film mi ha sorpreso mantenendo una coerenza solida e inattaccabile per tutto la sua durata, con solo un paio di passaggi che mi ho gradito meno del resto.
Da un punto di vista meramente tecnico, Buried è un grandissimo successo, riuscire a rendere interessanti 95 minuti girati all'interno di una scatola non è cosa da tutti, ma funziona anche come film perché crea una forte empatia tra il pubblico e il povero Conroy e un'atmosfera di tensione e claustrofobia costante nonostante, o forse soprattutto grazie a, i pochi elementi narrativi presenti.
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