1 agosto 2011

127 Hours

Leggi la trama di 127 ore di Danny Boyle e non sai bene cosa aspettarti. Un po' perché è dura immaginarsi come possa svolgersi e andare a finire la storia di Aron Ralston, con un braccio intrappolato per appunto 127 ore in un canyon americano con un braccio bloccato tra una pietra e una parete rocciosa, e un po' perché, come in Buried, non si sa come il regista riuscirà a riempire momenti di "nulla" che inevitabilmente si presentano in un film in cui la maggior parte del tempo è occupata da un attore solo in un'unica ambientazione.

Danny Boyle però non è l'ultimo degli imbecilli del settore e fa di 127 ore un'esperienza appassionante sotto tutti i punti di vista. Esteticamente, in particolare nella prima parte, toglie il fiato grazie a una fotografia e un montaggio magistrali. Non si può rimanere indifferenti di fronte a quei colori e a quelle inquadrature a volo d'uccello. Quando poi è Ralston, con la faccia di un bravissimo James Franco, a prendere la scena, il film diventa più intimista e onirico e, nonostante passetto falso di poco conto qua e là, trascina fino all'incredibile finale.

Come scrivevo altrove, 127 ore è un film che, nell'ordine, mi ha meravigliato, mi ha stupito, mi ha disgustato, mi ha fatto commuovere e mi ha fatto sentire sollevato. Boyle evita accuratamente di dipingere Ralston come un eroe, come un uomo fuori dal comune. La sua storia, che ricordo è reale, ha dell'incredibile ed è assurdamente appassionante; si può anche cercare di darle un valore simbolico, di caricarla di significati reconditi, ma è anche perfettamente godibile e apprezzabile come "semplice" storia di umana resistenza e voglia di vivere, la storia di una persona come tante che arriva a fare cose fuori dal comune pur di sopravvivere.
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