20 novembre 2010

Patrik 1,5

La prima cosa che ho pensato guardando Patrik 1,5 è stata se sia un caso che un film del genere arrivi dalla Svezia e non, che so, dagli Stati Uniti o [ROTFL] l'Italia.
Tratta dall'omonima pièce teatrale, la storia ci è già stata raccontata tante volte: c'è una coppia che non può avere figli, c'è un bambino orfano e problematico in attesa di trovare una famiglia affettuosa, il tutto sullo sfondo di un quartiere periferico di un'ignota cittadina svedese che sembra uscito da un catalogo dell'Ikea, manichini inclusi. A essere diversi sono la coppia e il bambino: la coppia è formata da due uomini omosessuali felicemente sposati, uno medico e l'altro impiegato in una compagnia di non si sa che tipo. Il bambino invece non è bimbo già da un po' e quel 1,5 è al centro in equivoco burocratico che fa arrivare in casa di Sven e Goran un adolescente di 15 anni, il Patrik del titolo, con alle spalle un passato burrascoso e di fronte a sé un futuro altrettanto gramo.

L'argomento del film è delicato e si presta alla retorica della peggior specie, ma fortunatamente la regista riesce a evitarla, limitandosi a raccontare una storia di persone, di come il concetto dei confini di quello che chiamiamo "famiglia" possano e debbano essere estremamente volatili. Il film non sorprende e fa tutto quello che ci si aspetta, nel bene e nel male, ma è una di quelle pellicole che, come si suol dire, scaldano il cuore. Ha anche un umorismo discreto e riesce a scherzare dei pregiudizi, cosa non facile. Non è un film memorabile, ma è perfetto per essere guardato da sotto il piumone quando fuori infuria la tempesta.
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