19 luglio 2010

Cyborg She

Detto anche My Girlfriend is a Cyborg, titolo decisamente meno ispirato, questo film del 2008 è una produzione giapponese, ma è diretto dal coreano Jae-young Kwak e interpretato da Koisuke Koide e dalla modella e attrice Haruka Ayase.

Anche se ha l'aspetto della solita commedia romantica sdolcinata, Cyborg She ha elementi di interesse che vanno oltre la storia d'amore tra i due protagonisti. Il più evidente è la reinterpretazione in chiave romantica di Terminator (soprattutto il secondo), al quale il film si ispira senza nasconderlo e che omaggia in più un'occasione (il cyborg è un Cyberdyne Model 103, per esempio), e non mancano nemmeno i viaggi nel tempo, l'evoluzione del rapporto tra il protagonista e la cyborg e il processo di umanizzazione di quest'ultima.
Tra le cose che mi sono piaciute di meno del film c'è la tendenza a concentrarsi su un determinato elemento della storia alla volta, con il risultato che il film risulta un po' rigido dal punto di vista narrativo e i compartimenti stagni della trama che fanno ridere, commuovono, o esplorano il rapporto tra i due personaggi hanno pochi momenti di contatto tra di loro.

Anche se nella parte finale il regista si complica la vita avventurandosi in un labirinto di viaggi nel tempo, fortunatamente il film riesce ad aggirare abbastanza adeguatamente l'annosa questione dei paradossi e non lascia fastidiosi buchi di sceneggiatura o cose irrisolte. Cyborg She è un film piacevole e diverso dal solito che riprende elementi già visti altrove e li ripropone in chiave decisamente originale e ha una vena geek sufficiente per permettere a noi uomini duri e puri di divertirci con una commedia romantica senza vergognarcene.

16 luglio 2010

Where The Wild Things Are

Ultimamente ho un po' trascurato il blog, lo ammetto, ma ho avuto per la testa altri cazzi per la testa, trasloco imminente su tutti.

Comunque, dicevamo. Where The Wild Things Are, film del 2009 diretto e sceneggiato, insieme a Dave Eggers, da Spike Jonze e tratto da un libro per bambini nel 1967 illustrato da Maurice Sendak. "Illustrato" perché il libro contiene solo nove periodi, mentre il resto sono solo, appunto, illustrazioni di Sendak.

Partendo da un materiale con una trama pressoché inesistente, e che consiste nella fuga del novenne Max in un mondo immaginario in seguito a un litigio con sua madre, il film di Jonze è più la riproduzione di quello che significa essere un bambino, dei sentimenti, dei desideri e delle frustrazioni che abbiamo provato tutti crescendo. Max è ovviamente il re del suo mondo immaginario, un mondo fatto di creature incredibili, di giochi e conflitti, ma è anche un mondo che non può e non riesce a sostituire quello reale. Infatti Jonze e Sendak non narrano solo della voglia di ribellione ed emancipazione di Max (interpretato dal bravo Max Records (si chiama così sul serio, giuro), ma anche del suo desiderio di tornare a casa, del non riuscire a stare lontano da sua madre, sebbene solo in maniera temporanea e immaginaria.

Nonostante la mancanza di una trama vera e propria si faccia sentire in alcuni frangenti, la semplice forza evocativa della messa in scena di Jonze riesce a catturare perché va a solleticare il bambino che si nasconde ognuno dentro di noi. Il mondo sognato da Max è un po' quello di tutti noi, così come lo sono stati le sue urla, le sue lacrime e il suo bisogno di affetto.

25 giugno 2010

Departures

Film giapponese del 2008, 130 minuti di durata, vincitore del premio Oscar come miglior film straniero nel 2009, il protagonista è un violoncellista fallito che torna nella sua cittadina natale e comincia a lavorare per una ditta specializzata nella preparazione rituale dei cadaveri prima della loro cremazione.

A leggere queste informazioni, verrebbe da pensare che Departures sia un mattone indicibile, e invece è un film drammatico che non lesina sull'umorismo un po' macabro e sul melenso. Lo svolgimento del film è tutto sommato prevedibile, ma la cosa non infastidisce perché la fotografia e la regia sono perfette e i quattro personaggi principali sono interpretati ottimamente dai loro rispettivi attori, con la parziale eccezione della moglie del protagonista Daigo, così insopportabilmente giapponese in alcuni momenti che verrebbe voglia di prenderla a ceffoni.
Il rito della preparazione dei cadaveri è riprodotto con una attenzione e un rispetto per quello che rappresenta palpabili e le scene che ce lo mostrano sono probabilmente i momenti migliori del film, grazie anche ai silenzi che esprimono così bene le psicologie di Daigo e del suo capo, un uomo di poche, ma sagge parole. L'ottima colonna sonora si sposa egregiamente con le immagini, anche se talvolta cerca con un po' troppa insistenza di farti commuovere, come se vedere un marito affranto per la perdita della moglie non sia abbastanza triste di per sé.

È negli ultimi 10 minuti che Departures prende una piega davvero troppo prevedibile ed eccede nel buonismo, e confesso che alla fine del film ho avuto la sensazione che l'Oscar fosse un po' troppo, ma rimane comunque il fatto che Departures è un film che, nonostante l'argomento tutt'altro che allegro, scalda il cuore perché è una delicata celebrazione della vita e un'accettazione dell'ineluttabilità della morte.

22 giugno 2010

Synecdoche, New York

Con i mondiali di calcio in corso, di tempo e voglia per guardare film non ne ho avuti granché, ed è per questo ultimamente non ho scritto molto sul blog, ma ieri sera sono riuscito a vedere Synecdoche, New York, scritto e diretto dal Charlie Kaufman autore di, tra le altre cose, Being John Malkovich ed Eternal Sunshine of a Spotless Mind (mi rifiuto di usare il titolo italiano), all'esordio dietro la macchina da presa in questo caso.

Synecdoche, New York è la storia di Caden Cotard, interpretato dal come al solito bravissimo Philip Seymour Hoffman, un autore teatrale che si lancia nella scrittura di una mastodontica pièce di, nelle sue parole, brutale onestà e la cui realizzazione durerà per circa 40 anni. Lo sviluppo dello spettacolo è legato a doppia mandata alla vita di Cotard, che include se stesso, interpretato da un attore, e tutte le persone che gli gravitano attorno nel cast di personaggi, in quello che sembra un osservare dall'esterno la sua esistenza travagliata nel tentativo di ricomporne i pezzi e ritrovare un barlume di serenità.
In realtà, tutto il film è una enorme, complicata riflessione sui ruoli che come individui assumiamo nel corso della nostra vita, di quello che pensiamo di essere e di come vediamo gli altri, delle direzioni che le nostre esistenze prendono contrariamente ai nostri desideri. Lo spettacolo teatrale di Cotard è una splendida rappresentazione visiva di tutto questo, della compartimentazione a cui sottoponiamo le nostre vite e confonde continuamente la linea che divide la realtà di Cotard dalla sua immaginazione.

Mi piacerebbe un sacco potermi bullare con tutti di aver capito fino in fondo questo film, ma mentirei. Del resto, le sceneggiature di Kaufman non sono mai immediate e i film che ne escono si prestano a visioni multiple per poter apprezzare maggiormente i numerosi livelli di lettura che si scoprono avventurandosi sempre di più nei loro meandri narrativi e nelle menti dei personaggi. Ciò di cui però sono sicuro è che Synecdoche, New York è un film bellissimo, senza forse essere del tutto certo del perché, senza dubbio altero nello sviluppo e nella narrazione, ma che non manca di lasciare a bocca aperta per le situazioni del tutto inaspettate e per la bellezza dei suoi personaggi, i suoi dialoghi e della sua messa in scena.

10 giugno 2010

Breathless

Che genere di film sia Breathless lo si capisce sin dalla primissima scena: un uomo sta picchiando per non si sa quale motivo una donna in mezzo alla strada. Arriva un altro uomo, il protagonista Sang-Hoon, in aiuto della donna e pesta il primo tizio; poi prende a schiaffi la ragazza e le chiede perché si lascia trattare così per poi finire colpito in testa alle spalle. Cut, scena successiva.

Scritto, diretto, interpretato e prodotto da Yang Ik-Joon, all'esordio alla regia, questo film coreano del 2009 è uno di quelli quasi dolorosi da guardare da quanto tormentati sono i suoi personaggi e quanto violenta e cruda è la vicenda narrata. Sang-Hoon lavora per un società di recupero crediti ed è bravissimo perché non si fa remore di nessun tipo a gonfiare di botte e insultare chiunque; ma non lo fa per piacere, lo fa perché non sembra essere in grado di rapportarsi in nessun altro modo con gli altri, persino con i suoi famigliari e il nipotino di 3 anni. È un personaggio perfetto per essere odiato, violento e indisponente, ma con alle spalle un passato tormentato che giustifica, seppure solo in parte, la sua personalità. Sarà l'incontro/scontro con Yeon-Hue, una studentessa delle scuole superiori con la sua storia di violenza domestica, a dare inizio a un percorso di redenzione per entrambi, alla ricerca di quel calore umano che manca dalle loro vite, l'unica cosa in grado di salvarli dalla disperazione e l'autodistruzione.

Nonostante pecchi di inesperienza in alcuni frangenti, Yang Ik-Joon dirige un film incredibilmente solido, il cui unico vero difetto è forse la lunghezza di 130 minuti che poteva essere inferiore. Ciò non toglie che Breathless racconti in maniera meravigliosamente dolorosa e toccante di un ciclo di violenza domestica che si avvolge su stesso e che va a influenzare le vite di tutti i coinvolti. Ik-Joon e Kot-bi Kim nella parte della ragazzina sono bravissimi e comunicano con grande efficacia il tormento interiore dei loro protagonisti e caricano di significati le parolacce che riempono i loro dialoghi. E Sang-Hoon e Yeon-Hue sono due protagonisti che lasciano il segno, un po' come Mia di Fish Tank, e che elevano Breathless al rango di piccola grande, e imperdibile, gemma cinematografica.
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