18 agosto 2011

Night Watch e Day Watch

Prima di fare il regista tamarro in America con Wanted, Timur Bekmambetov faceva il regista tamarro in Russia. Nel 2004 e nel 2006 co-scrisse e diresse I guardiani delle notte e I guardiani del giorno, due film che mettono a schermo l'eterna lotta tra le forze del giorno e quelle della notte. La saga è basata sulla tetralogia di Sergei Lukyanenko, che include anche Twilight Watch e Final Watch.

Ambientati nella Mosca dei giorni nostri, le pellicole sono il classico mix di azione, personaggi pesci e dialoghi bizzarri. Bekmambetov non lesina su effetti speciali e grafica computerizzata, ma non sempre il risultato è soddisfacente. Il primo film, sebbene racconti una storia semplice e abbastanza scontata, mantiene un buon ritmo per tutta la sua durata e non esagera mai in nessuno dei suoi elementi costitutivi. Le scene di azione sono ben coreografate e la trama riesce a essere sufficientemente interessante fino alla fine del film.
Il secondo invece soffre della volontà del regista di prendere il prequel e aumentarlo in tutte le sue parti, durata inclusa che arriva a 2 ore e 11 minuti. La trama è eccessivamente complicata e la sceneggiatura confusa impedisce di poterla apprezzare fino in fondo. Si intuiscono elementi di interesse che meriterebbero di essere approfonditi, ma il regista salta da un personaggio all'altro e da una sottotrama all'altra troppo frequentemente. Anche gli effetti speciali soffrono dello stesso problema e risultano esagerati e confusi.

Wanted è un film di ben altra caratura, ma in Night Watch e Day Watch si vedono già le doti di Bekmambetov. Sono entrambi film imperfetti che peccano di troppa foga, soprattutto il secondo, ma rimangono due buone pellicole per gli appassionati del genere d'azione e riescono a non ammorbare lo spettatore nonostante la presenza dei vampiri.

4 agosto 2011

Inside Job

Nonostante in Italia si continui a negare l'evidenza, dal 2008 circa il mondo intero si trova in recessione. La causa scatenante della crisi fu il crollo del mercato finanziario americano che ebbe un effetto domino sui mercati finanziari di tutto il mondo, e come conseguenza diretta e indiretta, quasi tutti i settori dell'economia ne sentirono il contraccolpo.

Scritto, diretto e prodotto da Charles Ferguson, il documentario Inside Job ripercorre i passaggi che portarono alla crisi, spiegandoli in maniera più semplice e comprensibile possibile, e non manca di fare i nomi di quelli che, a modo di vedere dell'autore, furono i diretti responsabili del disastro economico. Con uno stile chiaro e informativo, come si conviene a un documentario di questo genere, Ferguson spiega come il mutuo non pagato da un americano del Kentucky abbia potuto mettere in ginocchio banche e agenzie di investimento con giri d'affari da centinaia di milioni di dollari.

Inside Job è basato su una tesi e il discorso narrativo dell'autore ruota interamente intorno a essa: la tesi è che l'assenza di controlli sulle operazioni delle banche ha permesso a quest'ultime di operare liberamente alla ricerca di guadagni sempre maggiori, senza il minimo riguardo per i propri clienti o delle conseguenze, con una riflessione a margine su un meccanismo interno che incentiva gli operatori del settore a prendere rischi in mancanza di un sistema che punisca gli errori. Al di là delle considerazioni politiche ed economiche su questa tesi e sulle argomentazioni di Ferguson, Inside Job è un documentario eccellente che pone domande dirette ai protagonisti, o per lo meno quelli che hanno accettato di farsi intervistare, e che mette in luce i numerosi conflitti di interesse e politici che si nascondono dietro le quinte.

Probabilmente coloro che hanno seguito la vicenda con attenzione non scopriranno molto che non sapessero già, ma l'analisi dei rapporti tra banche, politica e accademia americane è inquietante e getta numerose ombre sul futuro e Inside Job analizza in maniera chiara un capitolo importante della nostra storia recente.

1 agosto 2011

127 Hours

Leggi la trama di 127 ore di Danny Boyle e non sai bene cosa aspettarti. Un po' perché è dura immaginarsi come possa svolgersi e andare a finire la storia di Aron Ralston, con un braccio intrappolato per appunto 127 ore in un canyon americano con un braccio bloccato tra una pietra e una parete rocciosa, e un po' perché, come in Buried, non si sa come il regista riuscirà a riempire momenti di "nulla" che inevitabilmente si presentano in un film in cui la maggior parte del tempo è occupata da un attore solo in un'unica ambientazione.

Danny Boyle però non è l'ultimo degli imbecilli del settore e fa di 127 ore un'esperienza appassionante sotto tutti i punti di vista. Esteticamente, in particolare nella prima parte, toglie il fiato grazie a una fotografia e un montaggio magistrali. Non si può rimanere indifferenti di fronte a quei colori e a quelle inquadrature a volo d'uccello. Quando poi è Ralston, con la faccia di un bravissimo James Franco, a prendere la scena, il film diventa più intimista e onirico e, nonostante passetto falso di poco conto qua e là, trascina fino all'incredibile finale.

Come scrivevo altrove, 127 ore è un film che, nell'ordine, mi ha meravigliato, mi ha stupito, mi ha disgustato, mi ha fatto commuovere e mi ha fatto sentire sollevato. Boyle evita accuratamente di dipingere Ralston come un eroe, come un uomo fuori dal comune. La sua storia, che ricordo è reale, ha dell'incredibile ed è assurdamente appassionante; si può anche cercare di darle un valore simbolico, di caricarla di significati reconditi, ma è anche perfettamente godibile e apprezzabile come "semplice" storia di umana resistenza e voglia di vivere, la storia di una persona come tante che arriva a fare cose fuori dal comune pur di sopravvivere.

25 luglio 2011

Green Zone

Nel 2003 ci hanno riempito la testa con la storia delle "armi di distruzione di massa", la scusa usata da Stati Uniti e Regno Unito per invadere l'Iraq e liberare il popolo iracheno dalla tirannia di Saddam Hussein. O almeno è quello che hanno voluto farci credere.

Green Zone di Peter Greengrass, quello degli ultimi due Bourne, ci porta a Baghdad poco dopo la caduta di Saddam e con le forze americane impegnate nella disperata ricerca di quelle fantomatiche armi che avrebbero permesso all'amministrazione Bush di salvare la faccia e la decenza davanti alle Nazioni Unite e al resto del mondo. Matt Damon è Miller, un marine a capo di una delle squadre impegnate in questa caccia alle streghe che, dopo l'ennesimo viaggio a vuoto in una zona pericolosa di Baghdad in cui di armi di distruzione di massa non ce n'è nemmeno l'ombra, scopre piano piano che i giochi di potere dietro le quinte sono molto più complessi di quanto avesse mai potuto sospettare.

Green Zone non è brutto film, ma sa tanto di "compitino": è ben girato, soprattutto nelle scene d'azione, e ha un cast di buon livello che fa il suo dovere, però non riesce a coinvolgere più di tanto. Sarà forse per colpa dei personaggi scontati e tratteggiati con l'accetta o la storia che sì, è anche interessante, ma alla fine non riserva particolari sorprese, probabilmente anche a causa di una certa semplicità di fondo di tutto l'intreccio narrativo. Nonostante l'argomento trattato sia politicamente molto rilevante, forse Green Zone arriva troppo tardi per sfruttare adeguatamente l'onda emotiva che accompagnò quegli eventi e si riduce a essere un discreto film d'azione e un mediocre thriller politico che non ha il mordente necessario per lasciare il segno.

18 luglio 2011

El secreto de sus ojos

Il problema di vedere film che hanno raccattato premi a destra a manca è che, se non ti piacciono, ti viene il dubbio di non capirne una sega, di cinema. Il segreto dei suoi occhi è appunto uno di questi film, dato ha vinto l'Oscar 2010 come miglior film straniero e che ha esaltato un po' tutti o quasi. E che a me ha abbastanza annoiato.

Questo film argentino se la tira da poliziesco thriller drammone romantico politico per più di due ore e nella prima oretta circa riesce anche a essere abbastanza piacevole e interessante. Anche perché è il tipico film un po' paraculo con tutte quelle cose messe apposta lì per imbonire il pubblico, i dialoghi con le frasi a effetto che un utente medio di Tumblr ci campa per un mese, le inquadrature da protofighetti di scuola del cinema e un cast di attori tutto sommato bravi. Il problema è davvero la lunghezza, perché quello che succede in due ore poteva essere tranquillamente sfrondato e ridotto a livelli più accettabili. Il backgroung storico dell'Argentina della metà degli anni '70 è messo lì tanto per far scena e permettere agli autori di bullarsi con gli amici di aver affrontato la questione nel loro film, e anche la sottotrama romantica non aggiunge granché.

Nonostante i troppi passaggi a vuoto, soprattutto nella seconda parte, "Il segreto dei suoi occhi" ha un buon intrigo e una discreta, sebbene scontata, riflessione sul concetto di giustizia e sulle conseguenze delle proprie scelte, che però non bastano a salvarlo da un giudizio negativo. Se poi penso che ha vinto l'Oscar al posto di gemme come Das weisse Band e Un prophète...
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