David Fincher è uno con le palle. Un po' perché riesce a fare film molto diversi l'uno dall'altro senza troppi problemi e un po' perché riesce ad adattare la sua regia alla storia che sta raccontando.
Basato molto liberamente su un racconto breve di F. Scott Fitzgerald, The Curious Case of Benjamin Button è la storia di un uomo. Il fatto che, al contrario di tutte le altre persone, quest'uomo sia nato vecchio e crescendo ringiovanisca è tutto sommato di secondaria importanza, perché il film è davvero la sua storia. Senza fronzoli, senza metatesti, messaggi nascosti, morali, allegorie o metafore di sorta. È solo la sua vita, simile a quelle di tante altre persone.
Nonostante la non indifferente durata che si avvicina alle tre ore, Benjamin Button non annoia mai e cattura con la sua semplicità, con la sua regia indovinata e con un cast di personaggi meraviglioso, impreziosito dalle interpretazioni di un Brad Pitt in forma smagliante e una Cate Blanchett che non potrebbe essere più bella (ma VERAMENTE bella) e brava di così. Menzione d'onore anche per Tilda Swinton in un ruolo minore, che io riesco quasi ad adorare persino quando fa la cattiva in Narnia, figuriamoci qui.
Come struttura narrativa e sviluppo il film mi ha ricordato molto Forrest Gump, e non è un caso perché Eric Roth ha sceneggiato entrambe le pellicole, ma questo non è un difetto: Benjamin Button è proprio un bel film, girato con un gusto e tocchi di classe qua e là e con una storia agrodolce.
Bravo David.
Appunti sparsi su cinema, libri, musica, videogiochi e quant'altro mi passa per la testa
30 aprile 2010
26 aprile 2010
Superbad
Ok, sto invecchiando. È naturale, devo accettarlo, ci passano tutti, devo farmene una ragione. Cioè, meglio rendersene conto guardando un film "da ridere" piuttosto che grazie alle occhiatacce delle ventenni in minigonna sui treni, però non è bello lo stesso.
Comunque, dicevo. Mottola mi aveva già fatto venire questo sospetto con il suo secondo film, Adventureland, ed è stato il suo film d'esordio, Superbad, a darmene la conferma.
Superbad è uno dei tanti film che parlano di amicizia e di ragazzi che si accorgono che stanno per diventare adulti e che le cose cambiano. Come da copione, non mancano nemmeno le solite tempeste ormonali e i soliti, disperati tentativi di trombare. È sboccato all'inverosimile, ma non scade [quasi] mai nel cattivo gusto, fortunatamente.
I film all'inizio funziona e mi ha fatto ridere di gusto, poi, a un certo punto, arrivano due poliziotti, interpretati da Seth Rogen e Bill Hader, e va tutto in vacca. No, tutto no. Alla fine sarebbe bastato tagliare praticamente tutte le parti in cui c'erano loro e avremmo avuto un film decente. Invece così abbiamo un terzo di una commedia di quasi due ore (Mottola deve imparare a tagliare, mannaggia a lui) di cui avrei fatto volentieri a meno. Per il resto del film ha dei buoni momenti e i due protagonisti sono azzeccati, così come lo sono le interpretazioni di Michael Cera e Jonah Hill. Ed Emma Stone e la sua voce rullano. Peccato per quei due poliziotti imbecilli.
Comunque, dicevo. Mottola mi aveva già fatto venire questo sospetto con il suo secondo film, Adventureland, ed è stato il suo film d'esordio, Superbad, a darmene la conferma.
Superbad è uno dei tanti film che parlano di amicizia e di ragazzi che si accorgono che stanno per diventare adulti e che le cose cambiano. Come da copione, non mancano nemmeno le solite tempeste ormonali e i soliti, disperati tentativi di trombare. È sboccato all'inverosimile, ma non scade [quasi] mai nel cattivo gusto, fortunatamente.
I film all'inizio funziona e mi ha fatto ridere di gusto, poi, a un certo punto, arrivano due poliziotti, interpretati da Seth Rogen e Bill Hader, e va tutto in vacca. No, tutto no. Alla fine sarebbe bastato tagliare praticamente tutte le parti in cui c'erano loro e avremmo avuto un film decente. Invece così abbiamo un terzo di una commedia di quasi due ore (Mottola deve imparare a tagliare, mannaggia a lui) di cui avrei fatto volentieri a meno. Per il resto del film ha dei buoni momenti e i due protagonisti sono azzeccati, così come lo sono le interpretazioni di Michael Cera e Jonah Hill. Ed Emma Stone e la sua voce rullano. Peccato per quei due poliziotti imbecilli.
22 aprile 2010
District 9
District 9 di Neill Blomkamp è un film di fantascienza ambientato ai giorni nostri. Fantascienza perché ci sono degli alieni che, nel 1982, arrivano nei cieli di Johannesburg con la loro bella astronave che rimane sopra la città, ma senza uscirne e senza tentare di comunicare in nessun modo. Dopo tre mesi di supposizioni, gli umani decidono di entrare nell'astronave e trovano circa due milioni di alieni in condizioni fisiche pietose, in quella che diventa la prima emergenza umanitaria intergalattica. Con gli anni, l'area dove sono stati sistemati gli alieni è diventata di fatto un ghetto, mal sopportato dalla popolazione umana che vive nelle vicinanze. Così la Multinational United riceve il compito di far trasferire, con le buone o con le cattive, gli alieni dal District 9 al nuovo District 10 lontano dalla città e dagli umani.
Senza dilungarmi ulteriormente con la trama, i temi trattati da District 9 sono abbastanza chiari: segregazione razziale, xenofobia, deportazione e le pratiche delle multinazionali. Il riferimento all'apartheid e al District Six è lapalissiano.
Il film è girato in parte come un falso documentario, con interviste e intermezzi tratti da telegiornali e in parte con un lungometraggio normale. I primi 15/20 minuti del film introducono la storia del protagonista Wikus van de Merwe e sono nettamente il momento migliore del film: riuscono a creare con successo la tensione e l'aspettativa giusta nello spettatore. Poi il film si sfilaccia un po', soprattutto nella parte conclusiva che diventa troppo sparacchina.
District 9 è girato con mestiere, ha un bel montaggio e un bel gusto per le immagini e la costruzione delle inquadrature, e tratta con forse un pizzico di ingenuità temi comunque importanti, però non convince del tutto. Forse per colpa di un protagonista con cui è veramente difficile identificarsi, o magari per il quale anche solo provare un po' di compassione; è così imbecille che non si può non pensare che tutto quello che gli accade gli stia bene come un cappello nuovo. Anche gli alieni sono troppo impersonali e, a parte quello che fa da co-protagonista e suo figlio, il loro ruolo è troppo di contorno.
Alla fine il problema del film è nella sceneggiatura, che non approfondisce abbastanza il perché gli alieni siano così imbecilli da lasciarsi trattare a pesci in faccia quando potrebbero usare le loro armi per massacrare gli umani, o più semplicemente farli a pezzi a mani nude. Insomma, District 9 è il classico film da "Sì, bello, però..."
Senza dilungarmi ulteriormente con la trama, i temi trattati da District 9 sono abbastanza chiari: segregazione razziale, xenofobia, deportazione e le pratiche delle multinazionali. Il riferimento all'apartheid e al District Six è lapalissiano.
Il film è girato in parte come un falso documentario, con interviste e intermezzi tratti da telegiornali e in parte con un lungometraggio normale. I primi 15/20 minuti del film introducono la storia del protagonista Wikus van de Merwe e sono nettamente il momento migliore del film: riuscono a creare con successo la tensione e l'aspettativa giusta nello spettatore. Poi il film si sfilaccia un po', soprattutto nella parte conclusiva che diventa troppo sparacchina.
District 9 è girato con mestiere, ha un bel montaggio e un bel gusto per le immagini e la costruzione delle inquadrature, e tratta con forse un pizzico di ingenuità temi comunque importanti, però non convince del tutto. Forse per colpa di un protagonista con cui è veramente difficile identificarsi, o magari per il quale anche solo provare un po' di compassione; è così imbecille che non si può non pensare che tutto quello che gli accade gli stia bene come un cappello nuovo. Anche gli alieni sono troppo impersonali e, a parte quello che fa da co-protagonista e suo figlio, il loro ruolo è troppo di contorno.
Alla fine il problema del film è nella sceneggiatura, che non approfondisce abbastanza il perché gli alieni siano così imbecilli da lasciarsi trattare a pesci in faccia quando potrebbero usare le loro armi per massacrare gli umani, o più semplicemente farli a pezzi a mani nude. Insomma, District 9 è il classico film da "Sì, bello, però..."
18 aprile 2010
Fish Tank
A volte capita di vedere un film che tratta di una realtà conosciuta superficialmente, ma di cui si ignorano i particolari. I primi minuti di Fish Tank sono, sotto questo punto di vista, abbastanza scioccanti, perché mostrano con crudo realismo la vita di quella fascia sociale che in Inghilterra è conosciuta come chav, e in particolare di Mia, una quindicenne scontrosa e sboccata che ha un rapporto di amore e rivalità con la giovane madre e la sorella più piccola e che si ritrova esclusa dal suo gruppo di amiche. L'arrivo in casa di un nuovo compagno della madre, interpretato dal come al solito ottimo Michael Fassbender e già protagonista di Hunger, manda all'aria il precario equilibrio della ragazzina, in lotta tra voglia di ribellione, affetto e gli ormoni adolescienziali.
La regista Andrea Arnold, vincitrice di un Oscar nel 2005 per il suo corto Wasp, ci mostra la vita dei protagonisti con un piglio quasi voyeristico che mette lo spettatore a disagio perché ci si sente testimoni di un qualcosa che dovrebbe essere privato. La storia è raccontata interamente dal punto di vista di Mia, niente è spiegato proprio perché Mia non ha bisogno di spiegare nulla, sa benissimo cosa le passa per la testa, mentre noi dobbiamo immaginare, comprendere e fare supposizioni. Ma questo non è un problema, anzi aggiunge valore al film e all'interpretazione dell'esordiente Katie Jarvis nel ruolo di Mia che è, senza mezza termini, semplicemente spettacolare.
La Jarvis fu scoperta da un'assistente della Arnold alla stazione di Tilbury, in Essex, mentre litigava da una piattaforma all'altra. L'assistente la seguì sul treno e le parlò del film e dopo una naturale diffidenza, Katie le telefonò e inizio la sequela di audizioni. Si potrebbe dire che la Jarvis si limita a recitare se stessa nel film, ma sarebbe stupido e ingiusto, perché la ragazza dimostra un talento non comune, comunicando con naturalezza l'aggressività e la dolcezza di Mia, il suo desiderio di indipendenza e ribellione e il suo bisogno di affetto e attenzione.
Più ci penso e più mi accorgo di quanto mi è piaciuto Fish Tank. Da vedere assolutamente, possibilmente in lingua originale per poter apprezzare la parlata dei protagonisti.
La regista Andrea Arnold, vincitrice di un Oscar nel 2005 per il suo corto Wasp, ci mostra la vita dei protagonisti con un piglio quasi voyeristico che mette lo spettatore a disagio perché ci si sente testimoni di un qualcosa che dovrebbe essere privato. La storia è raccontata interamente dal punto di vista di Mia, niente è spiegato proprio perché Mia non ha bisogno di spiegare nulla, sa benissimo cosa le passa per la testa, mentre noi dobbiamo immaginare, comprendere e fare supposizioni. Ma questo non è un problema, anzi aggiunge valore al film e all'interpretazione dell'esordiente Katie Jarvis nel ruolo di Mia che è, senza mezza termini, semplicemente spettacolare.
La Jarvis fu scoperta da un'assistente della Arnold alla stazione di Tilbury, in Essex, mentre litigava da una piattaforma all'altra. L'assistente la seguì sul treno e le parlò del film e dopo una naturale diffidenza, Katie le telefonò e inizio la sequela di audizioni. Si potrebbe dire che la Jarvis si limita a recitare se stessa nel film, ma sarebbe stupido e ingiusto, perché la ragazza dimostra un talento non comune, comunicando con naturalezza l'aggressività e la dolcezza di Mia, il suo desiderio di indipendenza e ribellione e il suo bisogno di affetto e attenzione.
Più ci penso e più mi accorgo di quanto mi è piaciuto Fish Tank. Da vedere assolutamente, possibilmente in lingua originale per poter apprezzare la parlata dei protagonisti.
15 aprile 2010
Una vita a tempo di cinema
Ripubblico qui sul mio blog un post che ho scritto su un altro blog un po' di tempo fa. Non prende in considerazione quella mezza cagata di Zack & Miri e nemmeno Cop Out, che sembra essere pure peggio. E nemmeno le ultime sbroccate di Smith su Twitter a proposito delle [pessime] recensioni ricevute da Cop Out un po' ovunque.
--------
Ho appena visto di vedere Clerks 2. Mi è piaciuto tantissimo, ho riso di gusto e ha dei momenti davvero indimenticabili, ma non voglio parlare di questo.
Sull'ultima scena del film mi sono accorto del parallelo che la mia vita degli ultimi dieci, o poco più, anni ha avuto con i film di Kevin Smith. È quasi inquietante la precisione con cui le sue pellicole hanno scandito il passare del tempo ed è impressionante come, per tanti versi, il suo crescere, maturare e invecchiare sia stato anche il mio.
1994, Clerks. Il periodo del cazzeggio, degli anni passati all'università a fare finta di studiare, a dare esami controvoglia nel tentativo di prolungare la giovinezza. Il film è in fondo molto simile: sboccato, irriverente, divertente fino alle lacrime, ma con la stessa voglia di non crescere, di rimanere ragazzi ancora per un po' e di godersi la mancanza di responsabilità.
1995, Mallrats. Questo l'ho visto anni dopo l'effettiva uscita, in DVD quando ormai mi ero trasferito già a Londra, ed è probabilmente il film meno ispirato di Smith. Va bene, non c'entra abbastanza un cazzo con la mia vita, ma andava citato per dovere di cronaca.
1997, Chasing Amy. Uno dei miei film preferiti di tutti tempi. Ancora incazzoso, sboccato e con gemme comiche di rara bellezza ("You fucking tracer!" o "Now that, my friend, is a shared moment."), ma cominciano a sorgere i primi segni di maturità. Le riflessioni sui rapporti tra le persone e le perle di saggezza che Silent Bob elargisce nella tavola calda sono cose che non si dimenticano facilmente, e dimostrano come, nonostante non abbia perso la sua vena comica, Smith abbia cominciato a pensare ad altro.
1999, Dogma. Per me l'anno che ha segnato il cambiamento netto è stato il 2000: ad aprile mi sono comprato la moto, poi rivenduta pochi mesi dopo, a giugno mi sono trasferito a Milano per lavoro e a ottobre ho mollato baracca e burattini e mi sono trasferito a lavorare a Londra, dove ancora risiedo. E contemporanamente, o quasi, Smith affronta un tema "spesso" come la religione. A suo modo, certo, ma è evidente come il periodo delle domande e delle riflessioni sia ormai avviato e inarrestabile.
2001, Jay and Silent Bob Strike Back. Smith cerca di riportare in vita il genere delle slapstick comedy. Il film è una serie di citazioni di citazioni di citazioni prese dagli altri film di Smith, dai lavori altrui e da altri media come internet e la televisione. Ci prova quasi seriamente a tornare il ventenne o poco più che tirò fuori dal cilindro Clerks, ma la vena non è più quella di una volta. E io nel frattempo mi adattavo a colpi di pinte di birra al mio nuovo stile di vita e cercavo di fare il cazzone a mio modo.
2004, Jersey Girl. Questo è nettamente il film che ha marcato la maturazione di Smith, ormai sposato e con una figlia (o un figlio?).
Non so perché, ma mi è sempre sembrato il perfetto "seguito" spirituale di Chasing Amy. Se in quest'ultimo Ben Affleck doveva accettare il passato movimentato della non così lesbica Alyssa (You're dating Fingercuffs?! Holy fucking shit!), in Jersey Girl invece ha a che fare con questioni molto meno "esotiche" come una bambina da accudire, un padre che sta invecchiando e ha paura di morire da solo e il desiderio di inseguire il miraggio di una vita passata. I temi sono simili per certi versi, quello che è diverso è l'età del regista e dello spettatore.
Io non ho vissuto niente di simile, lo confesso, ma mi sono accorto di essere cambiato con Kevin Smith perché il film mi è piaciuto, e molto. E mi sono anche reso conto che un film del genere, ai tempi di Chasing Amy, così come Smith non lo avrebbe mai girato, io non lo avrei mai voluto guardare.
2006, Clerks II. Si torna al Quick Stop, e si torna con la mente a quegli anni. Per Dante e Randal si tratta di ricordare delle giornate scanzonate passate nel negozio (o sul tetto dello stesso a giocare a hockey e a bere Gatorade), per me si tratta di ripensare al 30 meno 1 di Storia del cinema perché non mi sono ricordato che cazzo di avvenimento storico veniva nominato nel newsreel con cui si apriva Citizen Kane (l'invasione della Baia dei Porci, per la cronaca) e a tanti altri episodi più o meno felici (ti ricorda niente Pieve Ligure, Andre?).
Un film su come tutto cambi e come tutto rimanga uguale, come a dire che, invertendo l'ordine degli addendi, il risultato non cambia. O forse il risultato può essere diverso se lo si vuole davvero.
Non sono mai stato interessato alle persone famose, ma Kevin Smith è forse l'unico che vorrei davvero conoscere, per scoprire se quanto sopra è solo frutto dell'ora in cui sto scrivendo o sei ci sia qualcosa di vero.
E intanto un grazie a quello che è probabilmente il mio regista preferito, non tanto per la qualità dei suoi film, che adoro, ma per come mi faccia pensare ai fatti e alle cose e fare le 5 del mattino per scrivere su un blog.
Buona notte, o buongiorno, a tutti voi, amanti dell'interspecies erotica.
--------
Ho appena visto di vedere Clerks 2. Mi è piaciuto tantissimo, ho riso di gusto e ha dei momenti davvero indimenticabili, ma non voglio parlare di questo.
Sull'ultima scena del film mi sono accorto del parallelo che la mia vita degli ultimi dieci, o poco più, anni ha avuto con i film di Kevin Smith. È quasi inquietante la precisione con cui le sue pellicole hanno scandito il passare del tempo ed è impressionante come, per tanti versi, il suo crescere, maturare e invecchiare sia stato anche il mio.
1994, Clerks. Il periodo del cazzeggio, degli anni passati all'università a fare finta di studiare, a dare esami controvoglia nel tentativo di prolungare la giovinezza. Il film è in fondo molto simile: sboccato, irriverente, divertente fino alle lacrime, ma con la stessa voglia di non crescere, di rimanere ragazzi ancora per un po' e di godersi la mancanza di responsabilità.
1995, Mallrats. Questo l'ho visto anni dopo l'effettiva uscita, in DVD quando ormai mi ero trasferito già a Londra, ed è probabilmente il film meno ispirato di Smith. Va bene, non c'entra abbastanza un cazzo con la mia vita, ma andava citato per dovere di cronaca.
1997, Chasing Amy. Uno dei miei film preferiti di tutti tempi. Ancora incazzoso, sboccato e con gemme comiche di rara bellezza ("You fucking tracer!" o "Now that, my friend, is a shared moment."), ma cominciano a sorgere i primi segni di maturità. Le riflessioni sui rapporti tra le persone e le perle di saggezza che Silent Bob elargisce nella tavola calda sono cose che non si dimenticano facilmente, e dimostrano come, nonostante non abbia perso la sua vena comica, Smith abbia cominciato a pensare ad altro.
1999, Dogma. Per me l'anno che ha segnato il cambiamento netto è stato il 2000: ad aprile mi sono comprato la moto, poi rivenduta pochi mesi dopo, a giugno mi sono trasferito a Milano per lavoro e a ottobre ho mollato baracca e burattini e mi sono trasferito a lavorare a Londra, dove ancora risiedo. E contemporanamente, o quasi, Smith affronta un tema "spesso" come la religione. A suo modo, certo, ma è evidente come il periodo delle domande e delle riflessioni sia ormai avviato e inarrestabile.
2001, Jay and Silent Bob Strike Back. Smith cerca di riportare in vita il genere delle slapstick comedy. Il film è una serie di citazioni di citazioni di citazioni prese dagli altri film di Smith, dai lavori altrui e da altri media come internet e la televisione. Ci prova quasi seriamente a tornare il ventenne o poco più che tirò fuori dal cilindro Clerks, ma la vena non è più quella di una volta. E io nel frattempo mi adattavo a colpi di pinte di birra al mio nuovo stile di vita e cercavo di fare il cazzone a mio modo.
2004, Jersey Girl. Questo è nettamente il film che ha marcato la maturazione di Smith, ormai sposato e con una figlia (o un figlio?).Non so perché, ma mi è sempre sembrato il perfetto "seguito" spirituale di Chasing Amy. Se in quest'ultimo Ben Affleck doveva accettare il passato movimentato della non così lesbica Alyssa (You're dating Fingercuffs?! Holy fucking shit!), in Jersey Girl invece ha a che fare con questioni molto meno "esotiche" come una bambina da accudire, un padre che sta invecchiando e ha paura di morire da solo e il desiderio di inseguire il miraggio di una vita passata. I temi sono simili per certi versi, quello che è diverso è l'età del regista e dello spettatore.
Io non ho vissuto niente di simile, lo confesso, ma mi sono accorto di essere cambiato con Kevin Smith perché il film mi è piaciuto, e molto. E mi sono anche reso conto che un film del genere, ai tempi di Chasing Amy, così come Smith non lo avrebbe mai girato, io non lo avrei mai voluto guardare.
2006, Clerks II. Si torna al Quick Stop, e si torna con la mente a quegli anni. Per Dante e Randal si tratta di ricordare delle giornate scanzonate passate nel negozio (o sul tetto dello stesso a giocare a hockey e a bere Gatorade), per me si tratta di ripensare al 30 meno 1 di Storia del cinema perché non mi sono ricordato che cazzo di avvenimento storico veniva nominato nel newsreel con cui si apriva Citizen Kane (l'invasione della Baia dei Porci, per la cronaca) e a tanti altri episodi più o meno felici (ti ricorda niente Pieve Ligure, Andre?).Un film su come tutto cambi e come tutto rimanga uguale, come a dire che, invertendo l'ordine degli addendi, il risultato non cambia. O forse il risultato può essere diverso se lo si vuole davvero.
Non sono mai stato interessato alle persone famose, ma Kevin Smith è forse l'unico che vorrei davvero conoscere, per scoprire se quanto sopra è solo frutto dell'ora in cui sto scrivendo o sei ci sia qualcosa di vero.
E intanto un grazie a quello che è probabilmente il mio regista preferito, non tanto per la qualità dei suoi film, che adoro, ma per come mi faccia pensare ai fatti e alle cose e fare le 5 del mattino per scrivere su un blog.
Buona notte, o buongiorno, a tutti voi, amanti dell'interspecies erotica.
Iscriviti a:
Post
(
Atom
)