The Walking Dead è nato come fumetto nel 2003, scritto da Robert Kirkman e disegnato prima da Tony Moore e poi Charlie Adlar. Nel 2010 AMC ne ha fatto un telefilm, del quale trasmetteranno la terza serie a ottobre di quest'anno e che ha ricevuto pareri controversi (o lo si ama o lo si odia, io lo adoro). Ora Telltale ne ha tratto un videogioco, suddiviso in episodi e disponibile solo in forma digitale per PC, PlayStation 3 e Xbox 360. Per ora sono usciti due episodi su cinque in totale e il terzo dovrebbe essere imminente. Ho approfittato dei maledettissimi sconti su Steam (e ho preso anche tanta altra roba...) prendere tutta la serie a circa 13 sterline.
The Walking Dead fumetto e telefilm narrano le vicende di Rick Grimes, un ex poliziotto della Georgia che si risveglia da un coma in un'America (e presumibilmente in un mondo) in cui gli zombi hanno preso il sopravvento e i pochi sopravvissuti lottano in tutti i modi per non finire divorati dai morti viventi. Fumetto e telefilm seguono a grandi linee la stessa linea narrativa, anche se hanno alcune differenze più o meno importanti a livello di personaggi ed eventi. Il videogioco di Telltale è ovviamente ambientato nello stesso universo, ma è quello che in gergo si chiama spin-off, vale a dire un prodotto collegato alla serie principale per alcuni elementi fondamentali, ma che è comunque separato e indipendente. Il protagonista di The Walking Dead videogioco è Lee Everett, un uomo che si ritrova nel bel mezzo dell'apocalisse zombi mentre chiacchiera, ammanettato, con un affabile e attempato poliziotto che lo sta trasportando in auto non mi ricordo dove. La co-protagonista è Clementine, una bambina che Lee incontra all'inizio del primo episodio e il loro rapporto è uno dei temi portanti di tutto l'arco narrativo. A parte la presenza di alcuni personaggi già visti nel fumetto durante il primo episodio, il resto del gioco finora ha presentato persone ed eventi inediti anche se, non inaspettatamente, ripropone alcuni temi noti.
Oltre agli zombi, agli sbudellamenti e ai colpi di scena, uno degli aspetti più importanti di The Walking Dead è l'immedesimazione del lettore/telespettatore nei personaggi che ci porta a porci spesso la domanda "Cosa avrei fatto al suo posto?" Mentre nel fumetto e nel telefilm questa domanda rimane senza risposta a causa della fruizione passiva di questi due medium, nel videogioco possiamo finalmente prendere noi le decisioni, scegliere chi salvare e chi condannare a morte certa, di chi prendere le parti in una discussione e se è il caso di sparare e poi semmai fare domande. Gli autori del gioco sono riusciti a catturare con successo lo spirito del fumetto e a trasmettere quel senso di emergenza e di umanità in lotta per la sopravvivenza che hanno fatto di The Walking Dead il successo che è. A livello di meccaniche di gioco c'è ben poca roba, a parte qualche click che richiede dei tempi di reazione leggermente più rapidi, alla fine è un'avventura grafica moderna, ma per il resto questo The Walking Dead è soprattutto un'esperienza narrativa che rimane fedele al materiale originale, riproponendolo in una nuova forma che non sfigura. È particolarmente azzeccato il meccanismo con il quale i personaggi ricordano le nostre parole e le nostre azioni e si comportano di conseguenza. Farsi un nemico nel gruppo potrebbe rivelarsi una scelta fatale, ma rimanere neutrali potrebbe non essere sempre possibile, per esempio. Questo elemento contribuisce a fare di The Walking Dead un'esperienza di gioco organica e credebile dal punto di vista narrativo. I primi due episodi sono ottimi, con storie appassionanti e personaggi ben scritti e vale decisamente la pena di giocarci.
Appunti sparsi su cinema, libri, musica, videogiochi e quant'altro mi passa per la testa
18 luglio 2012
17 luglio 2012
Drive
Ci ho messo un po', ma alla fine sono riuscito a vedere anch'io Drive, e minchia se ne è valsa la pena.
Comunque, dicevamo, Drive. Leggi la trama e sai più o meno cosa ti aspetterà: il protagonista è uno stuntman di Hollywood che, nel tempo libero e per arrotondare, fa da Autista freelance per i rapinatori di Los Angeles (no, la A maiuscola non è un errore, quello è anche il nome del personaggio, visto che nel film non ci dicono mai come si chiami davvero). C'è la bella di turno, vicina di casa del protagonista con un figlio a carico, e ovviamente c'è una rapina che va male come peggio non potrebbe fare. Il minimo sindacale per un film di genere, un bel noir d'azione vecchio stampo. E invece no, perché Drive non è quello che ci si aspetta, o comunque non del tutto.
Alla fine gli ingredienti del film d'azione ci sono tutti, ma sono gestiti in maniera così particolare da far sembrare Drive quasi una pellicola differente. L'azione c'è, non è che non, ma è rara e improvvisa e ti prende a calcagnate sul cranio quando meno te lo aspetti (chiedete al signore nell'ascensore per maggiori informazioni), ed è così intensa, violenta e viscerale che ti rimane dentro al punto che sembra di stare guardando un film molto più movimentato di quanto non sia in realtà. Sì, perché alla fine Drive non è un film poi così ricco di sequenze di azione una dietro l'altra, è "solo" un film girato così bene, ma così bene che ti fa sbrodolare sullo schermo e ti fa riempire le sequenze più tranquille con l'attesa per quello che inconsciamente sai che arriverà prima o poi.
Refn è riuscito a fare di Drive un film artistico d'azione, o un film di azione artistica se preferite, e il risultato è una cosa meravigliosa e fichissima nonostate una sceneggiatura che, diciamocelo, puzza un po' di stantio. Come se non bastasse, la colonna sonora è splendida e gli attori sono tutti uno più bravo dell'altro, con Ryan Gosling nella parte dell'Autista che fa quella faccia lì da Ryan Gosling che pure agli uomini eterosessuali viene quasi voglia di strapparsi le mutande di dosso per tirargliele. Insomma, Drive è uno di quei film da comprare in Blu-ray e da guarda ogni tanto per ricordarsi che al mondo ci sono anche cose belle belle in modo assurdo.
15 luglio 2012
Moonrise Kingdom
Ecco, basterebbe questo per recensire il nuovo lavoro di questo regista, ma visto che ho voglia di scrivere ancora un po', ne parlerò in maniera un attimo più approfondita.
Co-scritto da Anderson insieme a Roman Coppola (co-autore anche dello splendido The Darjeeling Limited sempre insieme ad Anderson), Moonrise Kingdom è ambientato sull'isola di New Penzance in New England durante l'estate del 1965 (per la cronaca, New Penzance non esiste, ma esiste Penzance in Inghilterra, in Cornovaglia per la precisione). I protagonisti sono Sam e Suzy, due bambini più maturi di quanto non riveli la loro giovane età che decidono di fuggire insieme per coronare il loro sogno d'amore e lasciare una vita che rifiutano e un ambiente famigliare che è loro alieno
Come da tradizione di Anderson, il film è costellato di immagini e personaggi che mettono sempre alla prova la sospensione d'incredulità dello spettatore. Se da una parte le persone che gravitano attorno alla vicenda dei due protagonisti sono sempre verosimili e credibili nel loro essere persone, dall'altra hanno sempre una dimensione, un aspetto che li rende al limite dell'incredibile. Sta a noi spettatore decideri se stare al gioco di Anderson e lasciarci trasportare in un mondo e in una vicenda da favola moderna. Sotto questo punto di vista Anderson è sempre stato un regista "difficile" che può non piacere a tutti. Anche in Moonrise Kingdom il regista americano sembra quasi voler irritare apposta il pubblico con una messa in scena e una cinematografia smaccatamente "indie". È uno scoglio che alcuni potrebbero trovare insormontabile, mentre tutti gli altri troveranno un film che sì rapisce e trasporta come solo Anderson sa fare, ma che ha anche qualche perdita di ritmo.
Il film funziona a meraviglia quando a schermo ci sono Sam e Suzy, personaggi di carisma e forza di volontà invidiabili. È impossibile non fare il tifo per loro, anche quando le cose prendono l'inevitabile piega assurda. Le cose convincono meno quando sono gli altri personaggi a essere in scena, nonostate le ottime prove di tutti gli attori (menzione speciale per il cugino Ben di Jason Schwartzman, personaggio e attore MERAVIGLIOSI). Nonostante il ritmo altalentante, Moonrise Kingdom è un film adorabile e godibile nella migliore tradizione della cinematografia di Anderson. Non sarà per tutti, ma rimane un bellissimo film di un autore originale e particolare.
P.S. Il film in Italia uscirà il 5 dicembre 2012.
1 giugno 2012
Prometheus
Anche se per un po' c'è stata la pantomima del "non è un prequel" "no, dai, forse lo è" "ma sì, dai, lo è", con Prometheus Ridley Scott torna nell'universo di Alien, il film che dopo The Duellists lo consacrò a regista di fama mondiale e che diventò un classico della fantascienza moderna. Con un regista del genere, che affronta materiale simile e con un cast di tutto rispetto, ero molto curioso di vedere cosa sarebbe venuto fuori. Ah, nota di colore: qui nel Regno Unito il film è uscito oggi 1 Giugno, mentre in Italia uscirà a Ottobre.
Prometheus inizia come la storia di un viaggio di ricerca, con una coppia di archeologi convinta che i nostri antenati siano in realtà una razza di alieni, in barba a creazionisti e darwinisti sparsi per il mondo. Loro li chiamano Engineer, Ingegneri, ma nessuno sa chi o cosa siano, o perfino se siano esistiti davvero. La Weyland di Peter Weyland (interpretato dall'artificialmente invecchiato Guy Pierce) decide di finanziare la spedizione spaziale che porta i due archeologi e altri 15 membri dell'equipaggio sul pianeta identificato come l'origine dei nostri alieni progenitori, investendo un fottiliardo e mezzo di dollari e mettendo a disposizione una bella astronave spaziale, la Prometheus del titolo. Le cose ovviamente vanno in vacca piuttosto in fretta e oltre a essere a rischio di lasciarci la pelle, l'equipaggio si trova davanti anche a una minaccia che, guarda un po', potrebbe eliminare completamente l'umanità.
Quello che funziona di Prometheus è tutta la parte tecnica e realizzativa. Visivamente il film è impressionante, con inquadrature e fotografia di prim'ordine e una messa in scena degna della fama del suo regista. Anche se buona parte del film si svolge in corridoi bui e angusti, l'atmosfera e la tensione ci sono tutte. Il cast è ottimo, con Noomi Rapace che si rivela carismatica e convincente e veste con sicurezza e coraggio i panni che saranno poi della Ripley di Sigourney Weaver. Prometheus invece funziona molto meno quando si tratta dei suoi contenuti. È un film freddo, distaccato e asettico come David, il sintetico interpretato dall'ottimo Michael Fassbender, e che non riesce a coinvolgere a livello emotivo. Il destino dei protagonisti suscita reazioni più simili a quelle vissute durante Alien vs. Predator che non a quelle provate di fronte alle vicende della ciurma della Nostromo di Alien. Manca quasi totalmente l'introspezione psicologica e le motivazioni dei personaggi rimangono per lo più oscure e inspiegate. È soprattutto David a lasciare perplessi, con azioni e decisioni che sembrano senza senso, ma che probabilmente nella testa degli autori avrebbero dovuto essere più chiare.
In circa due ore di spettacolo, Prometheus non riesce a decidere cosa vuole raccontarci di preciso, se la storia dei personaggi e delle loro motivazioni o lasciarci una riflessione non particolarmente ispirata su questioni come "Chi siamo?" "Da dove veniamo?" e l'eterno dilemma morale sull'uomo che gioca a fare il creatore. E non è nemmeno casuale la scelta di Prometheus come nome dall'astronave, che richiama Prometeo, il titano che rubò il fuoco a Zeus per farne dono all'umanità. Sono soprattutto l'abilità, l'esperienza e la visione di Ridley Scott e dei responsabili del montaggio e della fotografia a salvare Prometheus dalla trappola di una narrazione poco ispirata e che manca di una direzione precisa, grazie anche all'aiuto di un gruppo di attori in ottima forma. Peccato, ma forse mi aspettavo davvero troppo.
7 maggio 2012
Rare Exports: A Christmas Tale
Prima di vederlo, di Trasporto Eccezionale - Un Racconto di Natale (questo il titolo italiano) sapevo solo che è, guarda un po', un film che ha a che fare col Natale, che è finlandese e che, in quanto tale, è folle (i finlandesi sono tendenzialmente pazzi, si sa). Consigliatomi da un amico che di solito di cinema ne capisce, l'ho affittato sulla fiducia, senza andare a documentarmi meglio su quanto avrei visto. E dopo averlo visto, sono sempre più convinto che i finlandesi taglino la neve e il ghiaccio con roba buonissima.
Bisogna ammettere che Rare Exports ci mette un po' a ingranare, e per un film che dura 80 minuti circa non è esattamente un pregio. Tutta la parte introduttiva del film che prepara lo spettatore per il gran finale è un po' farraginosa e gli elementi narrativi sono centellinati e nascosti tra i dialoghi bruschi tra i protagonisti, in particolare tra il piccolo Pietari e suo padre Rauno, ma quando il film finalmente prende un buon ritmo, c'è di che divertirsi. La trama all'inizio è piuttosto oscura: si sa che c'è un monte oltre una recinzione, e che nelle profondità di questa montagna si nasconde qualcosa di molto prezioso e probabilmente pericoloso che un tizio anzianotto non vede l'ora di recuperare. Poco distante dall'area vive una comunità di cacciatori e macellai che gradiscono poco le esplosioni di dinamite, soprattutto quando scoprono che tutte le renne della zona, la loro fonte principale di sostentamento e guadagno, sono morte, massacrate da non si sa bene quale animale feroce. Ma mentre gli adulti sono impegnati a cercare di vendicarsi della compagnia a capo dei lavori sulla (e nella) montagna, convinti che sia al centro della vicenda, il piccolo Pietari ha capito chi è il vero responsabile e cerca in tutti modi di avvertire i grandi.
Rare Exports riprende la struttura classica del film di avventura con bambini protagonisti, come Super 8 e The Goonies per esempio, e la reinterpreta in chiave horror. Gli spaventi non sono molti a dire la verità, così come non lo sono le scene cruente, ma c'è una sottile atmosfera di inquietudine che serpeggia per tutto il film. Sarà anche perché al centro di tutto il casino c'è Babbo Natale che emerge dai racconti e dalle leggende che Pietari legge con tanto interesse come una figura più simile al Dracula di Bram Stoker che non al panzone pacioccoso della Coca Cola. Rare Exports è un film originale e creativo, realizzato con grande attenzione e cura in tutti i dettagli, con una splendida fotografia, quell'umorismo auto-ironico che non guasta mai e un finale spettacolare.
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