14 gennaio 2010

Wanted

Guardando il trailer di Wanted è naturale pensare che, come spesso accade, ci abbiano infilato le scene migliori e che resto del film sia una discreta vaccata. Invece tutti i 110 minuti del film di Timur Bekmambetov si rivelano piacevoli oltre ogni più rosea aspettativa. Per la cronaca, è basato sul fumetto scritto dallo scozzese Mark Millar e disegnato da J.G. Jones, ma ne usa solo i personaggi principali e l'ambientazione, mentre la trama è in buona parte diversa.

Quello che sorprende di Wanted è che oltre alla caterva di effetti speciali e di scene d'azione ottimamente coreografate, alla tonnellata e più di pallottole sparate e al culo di una scheletrica Angelina Jolie, c'è anche un protagonista di tutto rispetto come James McAvoy, che riesce ad avere un convincente accento yankee nonostante sia scozzese pure lui e che mette su schermo una versione del Neo di The Matrix senza mai prendersi troppo sul serio, e una trama che appassiona e regala sorprese a sufficienza per mantenere vivo l'interesse dello spettatore fino alla fine. E non guasta nemmeno quel tocco humour nero e di ironia e la narrazione fuori campo del protagonista che fa un po' tanto Fight Club.

8 gennaio 2010

Rudo e Cursi

Dopo l'ottimo Y tu mamá también, il regista Carlos Cuarón torna a lavorare con Gael García Bernal e Diego Luna in un'altra produzione tutta messicana, Rudo y Cursi.

I protagonisti sono due fratelli, braccianti in una piantagione di banane in Messico che vivono in condizioni non propriamente agiate, uno convinto di avere un reale talento per la musica, l'altro con il vizio del gioco d'azzardo. Un giorno, mentre giocano a calcio nella squadra del loro paese, vengono notati dal talent scout Batuta, interpretato dall'ottimo Guillermo Francella, e trasportati di forza dalla loro realtà semplice a quella della grande città e dei soldi facili e degli eccessi del mondo del calcio.

Rudo y Cursi è tante cose, ma è soprattutto la storia dell'affetto e della rivalità di due fratelli, sempre in competizione l'uno con l'altro, ma anche pronti ad aiutarsi quando necessario. È anche una di quelle storie tanto comuni nell'America Latina che usano il calcio come metafora della vita; Cuarón non ci rivela nessuna verità nascosta, ma usa con intelligenza il parallelo tra la vita dei due fratelli e la loro carriera calcistica.
Il film è fondamentalmente una commedia, ma ha anche momenti di riflessione e un inaspettato finale che lascia con il fiato sospeso; niente roba alla The Silence of the Lambs, intendiamoci, ma crea comunque un'ansia inaspettata.

Insomma, Cuarón si conferma un regista di talento con una buona attitudine nel raccontare storie di vita e Rudo y Cursi è un bel film di persone e di pallone.

5 gennaio 2010

Mario e Luigi e Bowser

A volte capita che un gioco riceva lodi un po' ovunque, sia sulla stampa specializzata che nei vari forum sparsi della rete, ma succede anche che a me questi giochi a volte non piacciano. E no, non sto parlando di quella cagata di Eternal Darkness.

Il gioco in questione è Mario & Luigi: Bowser's Inside Story, l'ultimo capitolo della saga nata su GBA che mischia con successo elementi platform a quelli del gioco di ruolo di tradizione giapponese. Il primo su GBA mi era piaciuto un sacco, mentre non ho mai provato il secondo, uscito su DS.
Questo nuovo episodio graficamente è delizioso e dimostra come il DS sia decisamente più a suo agio con gli sprite che con i poligoni. I dialoghi sono spettacolari, ho trovato raramente dei personaggi caratterizzati così bene e così divertenti da leggere (in inglese, non so la versione in italiana). Il sistema di gioco è sempre quello ottimo degli episodi precedenti con poche novità.

Ah, ci ho giocato per poco meno di 10 ore, poi ho dovuto ridare il gioco a mia madre, era il suo.

Che cos'ha quindi questo Bowser's Inside Story che non va? Mah, non saprei dirlo di preciso. Forse la cosa che mi ha dato più fastidio è questo tentativo esasperante di rendere il tutto il più casual possibile con prolissi tutorial per ogni abilità nuova, anche se va detto che possono essere saltati, mentre il gioco in sé è piuttosto complesso e richiede una discreta manualità nonostante l'aspetto pacioccoso. Oppure l'assenza totale di libertà di esplorazione, unita al ciarlare continuo dei personaggi secondari che ci diranno sempre dove andare. Oppure una certa ripetività dei combattimenti nonostante l'ampia lista di abilità disponibili, di cui però si può fare tranquillamente a meno.
Il gioco è obiettivamente carino, il passaggio tra l'interno e l'esterno del corpo di Bowser è una bella trovata che funziona, ma a me le parti nei panni di Bowser non sono piaciute particolarmente. Le cose vanno meglio quando si indossano le salopette dei due idraulici, ma per le prime 10 ore non succede abbastanza spesso.

Quindi boh, il gioco è bello, ma a ma ha annoiato abbastanza. Va' a sapere perché.

3 gennaio 2010

Tutti i binari portano a Hyrule

Regalare a mia madre dei giochi per DS in occasione di Natale ha il vantaggio non secondario di poter approfittare di tale regalo per poterci giocare io. E così in questi giorni di festa mi sono giocato e finito il nuovo Zelda su DS, sottotitolato The Spirit Tracks.

Questo nuovo episodio della famosissima saga di Nintendo è ancora una volta ambientato nell'universo di Phantom Hourglass e The Wind Waker, e ne riprende anche lo stile grafico. Anche la struttura di gioco è la stessa, praticamente identica a quella The Phantom Hourglass: c'è un dungeon centrale da visitare regolarmente per sbloccare una sezione nuova della mappa del mondo, ci sono svariati templi con relativi boss da sconfiggere per ottenere il solito pezzo di potere, c'è la solita moltitudine di oggetti da trovare che permettono di accedere a zone più o meno segrete del gioco, ci sono come sempre minigiochi e aree nascoste dove trovare cuori e altro ancora, c'è un mezzo di trasporto con cui deambulare per il mondo. Fortutanatamente, stavolta gli sviluppatori hanno avuto l'accortezza di eliminare il macroscopico difetto di Phantom Hourglass, vale a dire l'obbligo di riaffrontare dall'inizio il dungeon centrale o a ogni visita: in Spirit Tracks si può andare direttamente al nuovo piano, e i miei martoriati coglioni ringraziano.

Insomma, è il "solito" Zelda, né più né meno, ma riesce comunque a divertire e intrattenere come pochi altri giochi sanno fare. Sarà forse per merito degli enigmi nei dungeon che sorprendono anche dopo tutti questi anni, o forse è grazie all'interazione con il personaggio di Zelda che stavolta ricopre in un ruolo più attivo in alcune fasi di gioco. Va anche però detto che le lunghe fasi a bordo del treno tendono a stancare, anche perché mostrano impietosamente i limiti grafici della console e perché offrono un'interazione tutto sommato limitata, cosa che rende le fasi "sandbox" alla ricerca dei vari bonus segreti una menata non indifferente. Anche le fasi finali non sono brillanti come il resto del gioco, ma è un difetto perdonabile.

The Spirit Tracks è un gran bel gioco che non innova praticamente niente, che ripropone soluzioni già viste in passato insieme a qualche sparuta novità, ma che si lascia giocare con grande piacere fino alla fine. Un gran bel modo di finire il 2009.

Ora la speranza è che nel prossimo gioco Link riuscirà finalmente a limonare con Zelda.

27 dicembre 2009

La strada

Ovvero The Road di Cormac McCarthy.

The Road è il romanzo più recente del non certo prolifico autore americano. Pubblicato in America nel 2006, nel 2007 ha vinto un meritatissimo premio Pulitzer per la letteratura.
E sì, meritatissimo perché in effetti The Road è un libro splendido. Ambientato in quello che dovrebbe essere ciò che rimane degli Stati Uniti dopo una non meglio specificata catastrofe che ha spazzato via buona parte dell'umanità e tutti gli animali, i protagonisti sono un padre e un figlio senza nome e la loro lotta continua per sopravvivere contro fame e freddo perenni e la minaccia rappresentata dai pochi altri sopravvissuti. Nel tentativo di sfuggire all'inverno incombente, il libro racconta del loro viaggio verso le coste del sud verso un clima più mite.

La trama è appena accennata e McCarthy ci butta nel mezzo del viaggio dei due e sta a noi mettere insieme piano piano i pezzi della storia, solo per renderci conto che non c'è niente del genere. The Road è più l'affresco di una relazione tra un padre e un figlio che cercano rimanere in vita e di conservare quel poco di umano che è rimasto in loro, l'orrore e la disperazione della vita di tutti giorni in condizioni simili.
Lo stile essenziale e minimalista della narrazione ben si adatta alle vicende raccontate, ma rendono anche la lettura del libro faticosa e impervia, così come lo è il cammino dei due protagonisti.

The Road è un libro importante per l'argomento trattato e per come lo tratta. Molti ci troveranno a ragione una visione di uno dei possibili futuri del mondo, altri saranno coinvolti dallo struggente rapporto tra padre e figlio, oppure saranno inorriditi dalle loro condizioni di vita.
Quale che sia l'aspetto che colpisce maggiormente, non c'è dubbio che The Road sia uno di quei libri che merita senza ombra di dubbio alcuno di essere letto. È uno di quei libri.
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