25 luglio 2003

Ci siamo.

E anche questa è finita. Oggi infatti è l’ultimo giorno in ufficio. Ufficio, tra l’altro, semivuoto, dato che gli uffici Square Enix da lunedì saranno in Shinjuku e non più in Meguro. La situazione è un po’ bizzarra: mentre sto scrivendo, i colleghi dietro di me stanno mettendo la loro roba in scatole di cartone, pronte per essere poi trasferite nel nuovo ufficio. Buona parte del mio piano è già stata trasferita, solo più pochi sono ancora qui. Regna quindi uno strano silenzio attorno a me.
Comunque, direi che tutta l’esperienza giapponese è stata solo ottima. Mi sono divertito, ho imparato nuove cose e conosciuto nuove persone e visitato posti che ho sempre visto (e anche un po’ sognato, dai) nei cartoni animati... ed è stato bellissimo scoprire che esistono veramente :-)
Tra poco andremo a mangiare, la nostra ultima pausa pranzo... Jacques ci porta in un ristorante spagnolo. Un paio di giorni fa ci ha portati in una pizzeria italiana (di proprietà di giapponesi, ovviamente) e devo ammettere che la pizza era sorprendentemente ottima. Quasi napoletana, giuro. Ovvio, Di Matteo è un’altra cosa, ma vi assicuro che la pizza era davvero buona.
Ok, si va. Buon appetito!

23 luglio 2003

Annuncio.

Coloro che seguono il Kaiba già sanno, quindi questa notizia è per tutti gli altri.
Considerata la qualità del mio lavoro su FFTA, o la cronica penuria di traduttori decenti, Square Enix ha deciso di assegnarmi un altro progetto. Dato che non mi hanno espressamente autorizzato a dire di quale gioco si tratta, preferisco non dirvelo per ora.
La cosa più importante è che tornerò in Giappone il prossimo settembre, giusto in tempo per andare al Tokyo Game Show.
Il mio soggiorno dovrebbe durare fino alla fine di novembre/metà dicembre.
Ne approfitterò per imparare un po’ di giapponese... e magari pensare a trasferirsi qui per un po’. Vedremo.
Devo ammettere di essere piuttosto contento :-)

Ah, sarò in Italia dal 31 luglio fino al 18 agosto. Si accettano prenotazioni per date, conferenze, congressi, pucchiacche, raduni.

Gheishe.

Ah, ho dimenticato un fatto interessante accaduto sabato a Kyoto.
Poco prima di raggiungere il locale degli amici di Hana, siamo andati in un beer garden, in pratica un giardino dove si beve birra, niente di particolare in sé. La peculiarità di questo locale risiedeva nelle gheishe che si aggiravano per i tavoli e che di tanto in tanto si siedevano per scambiare quattro chiacchiere con i clienti, tutte vestite con il tipico kimono.
Al nostro tavolo si è seduta una cosiddetta maiko-san (non sono sicuro se scriva così o meno), una ragazza che sta ancora studiando per diventare una gheisha vera e propria. Grazie alla traduzione di Hana, abbiamo scoperto che la nostra compagnia aveva 17 (diciassette!!!) anni e che era arrivata a Kyoto da circa un mese, solo per diventare una gheisha. Decise di diventare una gheisha a 12 anni, quando, durante una gita scolastica, vide un gruppo di gheishe. Da quel momento in poi, il suo unico pensiero fu quello di realizzare il suo sogno.
Devo essere sincero: non sono riuscito a capire perché una ragazzina di 17 anni abbia deciso di mollare famiglia, scuola e amici per diventare... boh, una prostituta di compagnia. Sarà anche profondamente radicato nella cultura e nella tradizione giapponese, ma il fatto di avere lì con noi questa ragazzina che, per quanto fosse una piacevole compagnia, era lì in quanto impostole dal suo ruolo, mi metteva un po’ a disagio. E anche nel caso fosse stata con noi perché le piaceva davvero... perché le piaceva? Cosa c’è di bello nel fare la gheisha, nell’essere una dama di compagnia il cui unico scopo è quello di soddisfare i desideri altrui, con buona pace per i propri?
Tutta la situazione mi ha lasciato alquanto stranito, mi sembrava troppo irreale e artefatta per riuscire a coglierne e godere del tradizionalità e della particolarità di una cosa così insolita. Non mi è nemmeno venuta voglia di farle una foto, tanto era forte questa sensazione.

22 luglio 2003

Weekend a Kyoto!

Tra uno sbadiglio e l’altro, cercherò di raccontarvi quanto è accaduto durante l’ultimo weekend. Weekend passato a Kyoto in compagnia di David, la sua ragazza Miyuki, sua sorella Chrystelle e Luis.
Siamo partiti sabato mattina, poco dopo le otto, dalla stazione di Tokyo (per intenderci, è come se a Roma ci fosse un grosso nodo ferroviario chiamato Roma). E sì, svegliarsi è stata una sofferenza infinita (ore 6:30). Per raggiungere la nostra destinazione, abbiamo preso lo shinkansen, il famoso treno veloce giapponese, detto anche bullet train. Purtroppo, le nostre ristrette disponibilità finanziarie ci hanno impedito di prendere il modello più recente (e, di conseguenza, più veloce) e ci siamo dovuti accontentare di uno dei modelli più vecchi che percorre i 513 chilometri che separano Tokyo da Kyoto in poco meno di 4 ore. Sono rimasto molto sorpreso dal fatto che il treno, nonostante fosse un “espresso”, si sia fermato praticamente a tutte le fermate lungo il percorso. Ah, lo shinkansen fico ci mette poco più di 2 ore a coprire la stessa distanza.
L’interno del treno è molto simile a quello di un aereo, e i sedili sono molto più comodi di quelli dei treni italiani. Certo, il prezzo non è molto economico, visto che il biglietto di andata e ritorno ci è costato 20000 yen a testa, ma si viaggia davvero bene.
La maggior parte del viaggio è stata passata a sonnecchiare, nella speranza di recuperare energie in vista del weekend che sapevamo sarebbe stato molto faticoso.
Kyoto è infatti famosa per i suoi numerosi templi e per il suo essere molto fedele alla tradizione giapponese. L’altezza dei palazzi, soprattutto nelle aree più vecchie, è limitata per legge, in modo tale da non alterare l’aspetto della cittadina. La prima differenza che salta all’occhio una volta arrivati è il ridotto numero di persone presenti per strada. Non che ci sia poca gente, ma rispetto al sovraffollamento di Tokyo, la città sembra quasi deserta.
Appena arrivati, la prima necessità è stata quella di trovare un posto dove dormire. Alla fine, abbiamo deciso di accettare l’invito di un’amica di Miyuki, Hana, che ci ha gentilmente offerto il suo soggiorno per dormire.
Raggiunta casa di Hana in autobus, ci siamo trovati in una casa splendida, in perfetto vecchio stile giapponese, in tutto e per tutto simile alle case che abbiamo sempre visto nei cartoni animati nipponici. Giardino, tatami, a due piani… favolosa, davvero. Spero che le foto le rendano giustizia.
Il giardino, il soggiorno, la cucina, e l’interno da due diverse angolazioni.
Rinfrescatici un attimo, Hana ci ha portato al Golden Temple, così soprannominato in virtù della presenza di tempio dorato appunto. Molto bello e, soprattutto, estremamente rilassante. Eccovi qualche foto per farvi capire cosa intendo.
Giardino, barchetta e pontile, un tempietto… penso. In loco abbiamo poi preso il tipico tè verde alla giapponese, senza zucchero e accompagnato da un dolcetto buonissimo.
Lasciato il tempio, abbiamo girato per un po’, senza meta particolare, per Kyoto, passando per templi più o meno piccoli, cappelle votive e godendoci in generale l’atmosfera molto rilassata che si respirava (a fatica, dato l’alto tasso di umidità). Nel mentre, ho fatto questa splendida foto… peccato si stesse muovendo.
In serata, siamo andati prima in un locale gestito da alcuni amici di Hana. Il locale era davvero molto carino e molto particolare. La serata è proseguita ad alto tasso alcolico fino a circa le tre, quando abbiamo deciso di trasferirci velocemente in un altro bar di un altro amico di Hana, dove io mi sono addormentato per un po’, cedendo ai colpi dell’alcool e della stanchezza.
Recuperate le forze, Hana mi ha portato a mangiare un po’ di ramen da un altro suo amico, per poi andare a recuperare gli altri rimasti nel bar e ritirarci a casa per dormire… il tutto verso le 6 del mattino.
Per ora basta, nel prossimo post vi racconto di domenica.

14 luglio 2003

Meraviglie tecnologiche redux.

Questo è un altro dettaglio del cesso della mia camera. Riuscite a indovinare cos'è?
Nel caso non ci siate arrivati da soli, ve lo dico io, non preoccupatevi. È un sensore, a occhio una fotocellula, che registra la presenza di un culo sulla coppa. E a cosa serve una fotocellula sulla coppa del cesso? Semplice: una volta che ci si siede, la velocità della ventola presente in bagno aumenta, in modo tale da aspirare l'eccesso di odori molesti prodotti nel corso della seduta. Non solo, una volta che ci si è alzati dalla coppa, la velocità aumenta ancora, così da eliminare ogni residuo sgradevole.
Sono sempre più in estasi.
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