13 luglio 2003

E rieccomi.

Scusate per l'assenza dovuta a stanchezza, pigrizia e generale mancanza di ispirazione e argomenti interessanti da trattare. Non che ora abbia chissà cosa da raccontare, ma quanto meno ho voglia e tempo di scrivere qualcosa.
Sabato scorso (non ieri, quello della settimana scorsa) io e Luis ci siamo visti con David che ci ha portati prima a mangiare il ramen, classica zuppa giapponese a base (penso) di brodo di maiale (con particelle di grasso galleggianti), spaghetti, verdure, pezzi di carne di maiale e uova. Sì, è pesante come sembra... anzi, di più. Però è anche ottima. Il bello dei locali che servono ramen è che di solito sono molto piccoli, senza tavoli, con i clienti seduti intorno al banco e il tizio che cucina di fronte a loro. Tutto molto casereccio e molto "giapponese". Non esistono menu, ma ci sono delle macchine tipo distributori di sigarette, con cui si ordina: in pratica, si sceglie il proprio piatto, si infilano i soldi, la macchinetta elargisce il bigliettino che rappresenta l'ordine che va poi consegnato al "cuoco". Ed è fatta.
Il ramen è molto tradizionale qui, al punto che esistono riviste dedicate all'argomento. Non ne ho ancora trovata nessuna, ma se mai ci riuscissi, la porterà a casa con me, un souvenir del genere non ha prezzo.
Finito di ingozzarci, siamo passati in sala giochi per dare qualche mazzata ai giappo... vabbé, non è andata proprio così, ma lasciamo stare.
Siamo poi andati a Roppongi, area di Tokyo che pullula (purtroppo) di gaijin, soprattutto americani. Roppongi è il quartiere dove va la maggior parte degli stranieri perché nei locali è possibile ordinare in inglese e perché le ragazze giapponesi vanno lì per rimorichiare/farsi rimorchiare da qualche straniero. Devo dire che a me Roppongi non è piaciuta molto, quasi per niente a essere sincero. È troppo poco giapponese e troppo simile a una zona incasinata di una qualsiasi grande città occidentale. E la percentuale di ragazze carine sembra anche essere più bassa rispetto alle altre zone di Tokyo. E poi, diciamolo, è pieno di yankee, il che è davvero pesante. Dragon, non volermene :*
Alla fine, la serata si è conclusa verso le 4 del mattino, con me e Luis in una specie di bar con musica ad alto volume che chiacchieravamo e bevevamo giusto perché non avevamo granché voglia di tornare a casa presto.
L'altro ieri e ieri invece sono state serate caratterizzate dalla poca voglia di fare qualsiasi cosa. Tutti troppo stanchi.
Venerdì, io, Luis e Jacques, il traduttore francese, siamo andati a mangiare in un microlocale che abbiamo scovato vicino all'albergo. Davvero molto carino e con un menu che, anche se completamente in giapponese, aveva dei disegnini che ci facevano capire cosa stavamo ordinando (maiale, pollo, pesce e così via). Completamente a caso, abbiamo preso un piatto da ogni categoria, affidandoci alla Provvidenza. Tutto sommato ci è andata bene, a parte sul fatto di maiale che si è rivelato essere fegato (bleargh) con verdure.
A fine serata, ho seguito la tradizione del locale (le pareti erano tappezzate di biglietti da visita) e consegnato uno dei biglietti da visita che avevo in Square e l'ho dato al proprietario del locale. Subito è rimasto un po' interdetto perché il biglietto da visita era tutto in inglese, ma quando poi gli ho fatto notare che sul retro era tutto in giapponese, ha cambiato completamente atteggiamento. Contento come una pasqua, mi ha chiesto di dov'ero e quando gli ho detto che ero italiano, mi ha detto che una ragazza che stava al tavolo a fianco al nostro parlava italiano. Follia pura. Così ho cominciato a scambiare quattro chiacchiere con la tizia: il suo italiano era molto arrugginito, ma tutto sommato più che discreto (vorrei parlare giapponese come lei parla italiano, altro che). Così scopro che ha vissuto per due anni a Firenze per studio, ma che poi non aveva avuto più l'occasione di tornarci.
Cazzo, è più facile trovare gente che parla italiano che gente che parla in inglese in questo paese.
Ieri invece, dopo un pomeriggio passato a girare per Akihabara e Shibuya, con un caldo infernale, sono rimasto a casa: ero davvero troppo stanco per fare qualsiasi cosa.

8 luglio 2003

I giapponesi e il cellulare.

Come è facile immaginare, i giapponesi sono anni avanti rispetto all'Europa nel campo della telefonia mobile. Come si sta notando anche in occidente, i cellulari stanno diventando sempre di più degli oggetti multiuso, utili non solo per telefonare, ma anche per fare foto, mandare email, giocare coi giochi della PlayStation e così via. Ovvio notare che tutto questo ben di dio tecnologico alloggia in cellulari più grossi di quelli a cui siamo abituati in Europa. Sembra infatti che i giapponesi non siano tanto interessati alla comodità e alle ridotte dimensioni, quanto piuttosto alla disponibilità di caratteristiche all'avanguardia. Cellulari come questo sono l'ultimo grido nel settore, e offrono in pratica tutto quello che il gadget moderno deve offrire.
I giapponesi, da parte loro, sono abbastanza ossessionati dal telefonino: in treno, molti sono spesso alle prese col loro cellulare, magari giocando o mandando email/messaggi. E chi non lo usa sta usando attivamente, lo tiene comunque in mano, onde non perdere chiamate o messaggi importanti. Bizzarro il fatto che sia vietato telefonare sul treno: a causa dello spropositato uso che i giapponesi facevano del cellulare sul treno, è stato deciso di vietarne l'uso per evitare confusione a bordo e intasamento delle linee radio usate dai conduttori per comunicare con le stazioni.
Non so se avevate letto quel pezzo di Repubblica.it riguardo ai nuovi cellurari e ai rischi di violazione della privacy paventati dall'autore. Beh, la parte riguardante il Giappone è vera: i cellulari dotati di macchina fotografica producono un "clic" artificiale e piuttosto rumoroso per evitare che gente come me faccia foto di nascosto a sconosciuti e sconosciute. Ed è anche vero che c'è un mercato di modifiche per cellulari per rimuovere il suddetto "clic". Gran paese, l'ho sempre sostenuto.
Come già detto nel post precedente, il cellulare fa anche da fatto sociale: è molto comune vedere i ragazzi che confrontano i rispettitivi cellulari e ne parlano con un entusiasmo che contemporaneamente diverte e preoccupa l'occhio gaijin. Boh, forse noi che parliamo di calcio al bar facciamo loro lo stesso effetto.
Comunque, se avrò la possibilità di tornare qui, è mi doterò sicuramente di cellulare giappo: completamente inutile in Europa, ma davvero troppo bello per lasciarmelo scappare.

7 luglio 2003

Il weekend - Venerdì.

È passato, in fretta, fin troppo.
È stato un ottimo weekend, non riposante, ma decisamente vario e divertente.
Venerdì sera, io, Luis e il collega francese siamo prima andati a mangiare in una specie di diner americano a Shibuya, consigliato da Jacques perché sul menu ci sono le foto che facilitano la comprensione e la conseguente ordinazione per i poveri gaijin come noi. Il posto è abbastanza anonimo, ma si mangia discretamente bene e i prezzi sono buoni.
Quando siamo arrivati al locale, abbiamo dovuto aspettare per una decina di minuti che si liberasse un tavolo. Tralasciando il momento in cui Jacques ha scritto Ale-san in katakana sul libro delle prenotazioni (meno male che c'era lui), il fatto interessante del ristorante era costituita dalla presenza di una coppia che aspettava un tavolo insieme a noi. Beh, i due (ragazzo e ragazza, normalissimi) non si sono detti UNA parola per tutto il tempo che abbiamo passato al ristorante (li abbiamo tenuti sott'occhio anche durante la cena). Presupponendo che questi due stessero insieme, il fatto che non avessero ASSOLUTAMENTE niente da dirsi, nemmeno insulti, era di una tristezza a tratti imbarazzante. A un certo punto, lei ha addirittura iniziato a farsi capelli con un arricciacapelli... in un ristorante, in compagnia del suo ragazzo!
Jacques comunque ci ha detto che scene del genere sono abbastanza comuni in Giappone. I giovani si divertono e stanno veramente a loro agio più con i loro amici, dello stesso sesso, che non con i partner. Il fatto dell'essere in coppia è quasi una cosa imposta dalla società che non vede di buon occhio ragazzi che a 25 anni sono single. Non so se credere a questa teoria, ma vedendo quella coppia di ragazzi sembrava tutto tristemente vero.
Finito di cenare, abbiamo raggiunto David nel bar di Shibuya dove lavora... bar gay. Piccolissimo, con un arredamento decisamente sopra le righe, vagamente liberty, il locale era stranamente vuoto. Siamo rimasti lì un paio d'ore, chiacchierando amabilmente del più e del meno e bevendo cocktail preparati dal buon David, che abbondava generosamente con le parti alcooliche. Da notare che David fa finta (almeno così dice lui...) di essere ricchione in modo da attirare clienti e essere meglio voluto dal padrone. Una puttana, insomma. Cosa non si fa per campare...
Mentre eravamo lì, è arrivato un gruppo di ragazzi, tre ragazze e due ragazzi, amici del padrone/gestore del locale. Hanno passato praticamente tutto il tempo a mostrarsi l'un l'altra i rispettivi cellulari e a confrontarli. Foto, suonerie, email, giochi, sarcazzi vari. Ma al fatto cellulare in Giappone dedicherò un post a parte in seguito, merita.
Verso le tre di notte, abbiamo salutato il gestore del locale, felicissimo di averci conosciuto, e ce ne siamo andati, in compagnia di David. Jacques decide di andare a casa, mentre noi tre raggiungiamo degli amici di David che si trovavano in un bar poco lontano.
Gli amici di David sono un po' di tutte le nazionalità: due francesi/giapponesi, due giapponesi, un americano, un'australiana, una brasiliana topa come non mai... e mi sembra basta. Lì abbiamo continuato a bere e mangiare fino a quasi le 5, ora in cui abbiamo deciso che era meglio levare le tende e lasciare i poveri cristi alla pulitura e chiusura del locale.
Dopo i saluti di rito, io, Luis, David e i due nippofrancesi siamo andati alla stazione di Shibuya, non prima di esserci fermati al tipico fast/junk food locale. Ci si siede al banco, e subito si riceve una tazza di tè verde freddo. Si riceve poi una ciotola con un uovo crudo, da sbattere e a cui aggiungere salsa di soia e, volendo, del peperoncino in polvere. Arriva poi il piatto vero e proprio: una ciotola di riso cotto al vapore, guarnito con strisce di carne di maiale cotte non si sa bene come in un'enorme pentola (penso siano fritte), a cui si aggiunge il già menzionato uovo per poi mescolare il tutto. Una delizia... :)
Finito di mangiare (il vero giappo consuma il tutto in meno di 5 minuti), ce ne siamo andati a casa, raggiungendo l'albergo all'alba delle 6.
Il sabato ve lo racconto un'altra volta, ora ho sonno.
Baci baci.

4 luglio 2003

A casa.

Ora.
Dopo una serata/nottata/mattinata fuori con amici.
Troppo stanco per aggiungere altro.
Pucchiacche.
Ora vado a dormire, che la palpebra sta calando pesantemente.

3 luglio 2003

Sorprendente.

Non so se avete notato, ma a fondo pagina c'è un bellissimo contatore, che dice a me e a voi quanti visitatori sono passati da queste parti da quando ho copiato e incollato le linee di codice nel template della pagina. Al momento in cui scrivo, il contatore segna... 170. Non male! E io che pensavo che questo blog fosse apprezzato solamente da pochi amici intimi... sono commosso, grazie!
Ora posso andare a nanna con la coscienza a posto, ho ringraziato il mio pubblico e ciò dovrebbe rendervi estremamente felici... sapete chi siete (frase che fa sempre effetto)!
Da raccontare non c'è molto... o forse sì, dai.
Il tempo di Tokyo, in questo periodo, non ha nulla da invidiare al grigiore londinese. Da inizio giugno circa a metà luglio, in Giappone c'è la stagione delle piogge, detta tsuyu (mi sembra...). Ciò significa che di sole se ne vede ben poco, le nuvole coprono spesso il cielo e piove con una discreta regolarità e intensità. In compenso, pare che la temperatura sia tutto sommato mite... visto che da metà luglio in poi le temperature saliranno vertiginosamente, accompagnandosi al già alto tasso di umidità. Prevedo ascelle pezzate in quantità.
Sul lato gnocca c'è non molto da segnalare, se non un'amica di Siraj conosciuta ieri sera (mercoledì sera). Si chiama Yuko, parla inglese,... e basta. Mi auguro vivamente di avere in futuro qualcos'altro da raccontare al riguardo.
Ora vado a nanna per davvero. Cia'!
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